L'articolo di Paolo Marconcini sul modello toscano ("Il Tirreno" del 19 dicembre) merita attenzione perché cerca di individuare alcune delle possibili cause - non solo morali - di eventi che hanno suscitato scalpore. Finora le discussioni hanno riguardato principalmente l'interrogativo se la tutela dell'ambiente può essere affidata unicamente ai vincoli, solo ai no. In Toscana si è risposto che ci vuole un ambientalismo del fare. E tuttavia questo non ha sgombrato il campo da critiche e comitati vari e tanto meno ci ha messo al riparo da infortuni. Marconcini ci ricorda, intanto, che esiste una questione urbanistica. Finora si era detto che i tagli finanziari anche prima di Tremonti non potevano che indurre in tentazione i comuni per gli oneri di urbanizzazione. Ma Marconcini ci ricorda che le leggi hanno tolto quel minino di valore competitivi ai Pip (piani di insediamento produttivi) e ai Peep (piani di edilizia economica e popolare). Non esiste una legge sui suoli e quindi si espropria quasi a livello dei valori di mercato. Chi ne parla oggi? Nel 2005 il Parlamento avviò la discussione su una legge di Principi in materia di governo del territorio, subito etichettata - e con ragione - di controriforma. La legge Lupi, che fortunatamente cadde per lo scioglimento anticipato delle Camere, rilanciava l'urbanistica contrattata ripartendo le aree tra agricoltura, di pregio ambientale e aree urbanizzabili. E perché non ci fossero dubbi sul loro uso affermava che «il piano urbanistico privilegia il rinnovo urbano» dove appunto si contratta alle condizioni che ricorda Marconcini. Il tutto in barba alle politiche comunitarie che - per esempio - sottopongono a tutela tutto il territorio agricolo. Dopo lo scampato pericolo, tutto è finito nel dimenticatoio, anche in una regione come la nostra che pure ha responsabilità importanti, e non solo dopo Castello. Non sarebbe meglio farci un pensierino?