Un volume dei Meridiani Mondadori pubblica una parte del libro di Ignazio Paternò del 1781 che andò esaurito per le richieste degli stranieri Aristocratico illuminato educato a Palermo si dedicò anche allarcheologia dissotterrando statue e vasi a Catania e nella sua Biscari Elencò le meraviglie dellIsola dalla "portentosa Etna" alla "superba veduta" di Messina sino alle sorgenti termali di Termini Ignazio Paternò principe di Biscari, catanese di antica nobiltà che nella sua vita privilegiata continuava a stupire per la varietà degli interessi: catanese ma educato a Palermo dai padri teatini, aveva fondato accademie ed era massone come a quellepoca tutti gli spiriti liberi e animati da filantropico amore per il prossimo. Il principe ha interessi enciclopedici e modi regali, ed anche abbastanza soldi da realizzare ogni progetto. Se vuole rendere più moderna e produttiva la coltivazione delle sue terre, allora a valle del Simeto bonifica paludi, traccia strade, costruisce mulini e vasche per la raccolta delle acque e lallevamento dei pesci: un ponte-acquedotto costruito nel 1765 fra Adrano e Centuripe - lungo più di cento metri - gli permette anche la coltivazione del riso. I viaggiatori di passaggio a Catania sempre si recano a omaggiarlo, la sua fama è assicurata dal museo le cui ricche collezioni sono esposte in dieci stanze che straripano di colonne e sculture. Larcheologia aveva conquistato il principe con una notizia che sembrava una storia fantastica, non appena qualcuno gli aveva sussurrato che ai piedi del Vesuvio due intere città sepolte stavano tornando alla luce giorno dopo giorno. Anche Catania ha il suo vulcano, non sarà Pompei o Ercolano ma di sicuro chissà quanti tesori sono da riportare alla luce. E il nostro principe, rispettoso del potere altrui come un gran signore che nulla ha da temere, chiede tutti i burocratici consensi al viceré e al Senato cittadino e subito a sue spese comincia gli scavi. A Catania, a Centorbi, a Biscari, a Lentini, ovunque dissotterra monumenti scomparsi che si pensava forse mai esistiti: il teatro, le terme pubbliche, innumerevoli statue in marmo e in bronzo, fregi, urne, iscrizioni, vasi. I colti visitatori restano frastornati, diligentemente affidano il loro stupore ai resoconti che vanno compilando. Ma il principe è anche lui un viaggiatore. Qualche ricordo è rimasto di un suo viaggio alle Baleari, alla ricerca anche lì di tracce archeologiche ma stavolta lasciati dagli avi che per quasi un secolo erano stati re in quelle terre lontane. In un libretto stampato nel 1851 e intitolato Ai miei nipoti, un suo discendente scrive di avere trovato nellarchivio familiare «manoscritti mal conservati e pietosamente ridotti» da cui - senza indicare la data - ricava che il principe salpò da Trapani con tre galee e trecento uomini di ciurma oltre a 1.500 polli, 250 agnelli e porcellini da latte, molte casse di indumenti e doni da recare a quelle popolazioni di cui non possedeva alcuna notizia. Fra gli accompagnatori cè però il fiorentino Domenico Sestini, segretario del principe per tre anni a partire dal 1774: è Sestini a scrivere che «il viaggiare con i grandi è la più bella cuccagna del mondo, io mi trovai in questa occasione ben montato a cavallo e circondato da un foltissimo stuolo di staffieri e di gente di servizio recanti ristori e rinfreschi». Meno dispendioso fu un altro viaggio, offerto alla comunità dei colti turisti che in Sicilia cercano la classicità con un libro intitolato Viaggio per tutte le antichità della Sicilia: stampato a Napoli nel 1781, di cui adesso vengono pubblicati alcuni capitoli in un volume dei Meridiani Mondadori dedicato a "Scrittori italiani di viaggio". Basta però digitare con Google-libri "Ignazio Paternò" e si ha la bella sorpresa di trovare in rete ledizione palermitana del 1817, con una nota delleditore su cui vale la pena di soffermarsi. Vi leggiamo che il libro era andato esaurito «per le molte ricerche degli stranieri», ma gli anni fra il 1781 della prima edizione e il 1817 della terza non sono trascorsi invano. È svanito latteggiamento di fiducia che traspariva da ogni descrizione, nel 1817 la Sicilia è tornata ad arroccarsi in un autonomismo angusto e parecchio risentito. La guida viene ristampata per invitare i viaggiatori «colla mostra degli avanzi di un nobile retaggio», mentre ai siciliani si offre un pensiero ricorrente da quando le guerre napoleoniche sono terminate, e la Sicilia ha perduto tutta limportanza derivante dallessere lisola-fortezza di un Mediterraneo in armi: il suolo e laria sono gli stessi che un tempo hanno nutrito gloria e ricchezza, bisogna conoscere gli antichi monumenti perché «sveglino viva brama di ripigliare quel grado di floridezza e di maestà, donde siamo in grande avvilimento decaduti». Tuttaltro era il tono del principe di Biscari, che nella prima pagina scrive «letà nostra si può sopra ogni altra gloriare, e beata chiamare». E subito tesse un poetico elogio dei governanti riformatori che fra i loro sudditi portano il progresso, avviene così in tutta Europa: ma è la Sicilia di re Ferdinando che gli sembra fra i regni favoriti dal Cielo, per le tante continue premure che «quale amoroso padre di famiglia» il re destina alla felicità dei suoi popoli. Lultima delle regali iniziative è una strada, una «magnifica regia strada» che partendo da Napoli salta lo Stretto e da Messina ripiglia a correre verso Palermo, togliendo dallisolamento «una parte del mondo quasi separata dallumano consorzio» dove anche i più arditi viaggiatori restavano spauriti. Il principe si rivolge ai futuri turisti - «stranieri che cotanto amate ricercare» - e senza tanti giri di parole, perentorio li invita: «intraprendete con animo ilare il viaggio della Sicilia». Con consumato talento istrionico sciorina le meraviglie isolane a cominciare dalla «portentosa Etna», ma tutta la Sicilia è adorna «delle più rispettabili vetuste magnificenze» e per puro senso dellospitalità, «non essendo convenevole che rimanga il forastiere senza guida», il principe si trasforma in squisito anfitrione che presta i suoi occhi a chi è appena sbarcato: anzi, lo prende in consegna ancora prima, indica al viaggiatore dove guardare quando si lascia alle spalle le Calabrie «e in faccia la Sicilia gli offre la superba veduta della bella Messina», i cui edifici vengono indicati da lontano, man mano che si avvicina il porto «sicuro asilo per infinito numero di navigli». Da Messina a Taormina e poi a Siracusa i cui quartieri sono «desolati», solo un «un occhio ben purgato» potrà rintracciare i segni dellantica gloria. A Palermo il viaggiatore arriva alla fine del suo peregrinare, e davvero sembra di essere arrivati in una città felice: magnifiche sono le sue fabbriche, numerosi i letterati, splendido il Senato e ricco il commercio, «la moderna magnificenza ha seppellito nella sua grandezza le antichità più cospicue». Lottimismo illuminista lo spinge a mettere al bando ogni lamentela, quanto non soddisfa potrà ben presto essere rimediato e la folla dei monumenti degni di «somma stima» lascerà comunque contento il curioso viaggiatore. Tanto più che non è solo coi ricordi del passato che la Sicilia conquista i visitatori, una natura prodiga di doni «ha sparso in questi luoghi le più ricercate curiosità»: come a Termini, da visitare non solo per lantica Imera ma per le sorgenti termali, dove forse un giorno le ninfe prepararono un «caldo bagno allaffaticato corpo di Ercole». E alla fine, «soddisfatto il viaggiatore salpi felicemente pel suo destino», il principe che lo ha accompagnato in tutti i luoghi degni dessere osservati suggerisce un ultimo sguardo allisola dal mare, mentre ci si allontana «perdendola a poco a poco di vista».