Solo visitando il Museo di Reggio Calabria si possono ammirare gli splendidi «Tideo e Anfiarao», meglio conosciuti come «Bronzi di Riace», ritrovati nel 1972 nelle acque del mare calabrese di Riace Marina, sulla costa jonica. Ma dopo aver varcato lingresso, già si nota qualcosa che non va e che non si era ancora visto in nessun altro museo probabilmente. Non cè un vigilante, una guardia giurata, qualcuno a cui chiedere informazioni. Nessuno, assolutamente nessuno. Ma come è possibile tutto questo? Più in là, solo un signore, che potrebbe essere scambiato tranquillamente per un visitatore - forse per lassenza di una divisa che lo faccia distinguere e riconoscere come appartenente alla vigilanza - indica la biglietteria, che si trova appena lì sulla destra. Staccato il biglietto dingresso, una signora ti invita a prendere le scale per raggiungere il livello inferiore, dove si trovano le varie sale che custodiscono i reperti dellarte greca e dove cè, in particolare, la sala nella quale è possibile ammirare i «Bronzi di Riace». Cominciando a scendere, però, un orrore certamente non degno di un museo. Le pareti, già non proprio bianchissime, sono ulteriormente «ornate» da orrende scritte, in vari colori, e da alcune strane cavità, lasciate nei muri forse dopo lestrazione di qualche scatola che stava lì a contenere qualcosaltro. Una cosa assurda, addirittura offensiva, se si pensa al contesto nel quale ci si trova, a pochi metri da due splendidi esemplari dellarte greca del V secolo a.C., unici al mondo, ai quali, in altre parti dItalia (a Firenze dopo il Restauro e al Quirinale per lesposizione voluta da Pertini nel 1981) è stato riservato un trattamento certamente diverso. E come se non bastasse, ancora un altro problema: la notizia che limpianto di climatizzazione non funziona bene: entrati nella sala, la temperatura si abbassa rapidamente. Forse ad agosto non sarebbe stato un problema, ma a dicembre... Una volta dentro, però, ogni problema svanisce. Davanti agli occhi comincia lo spettacolo. I «Bronzi di Riace», una delle più importanti scoperte archeologiche che lItalia possa vantare, che ha fatto il giro del mondo e che provoca ancora forti emozioni: per la magnificenza, per la bellezza che trasuda da ogni sinuosità del corpo, da ogni ricciolo della chioma di Tideo, il guerriero più giovane, la cosiddetta «statua A», definita così per distinguerla da Anfiarao, la «statua B», affascinante anchessa, forse per il colore del bronzo, diverso dal primo. Un elemento, questo, da addebitare magari alla sua età, perché è stata realizzata 30 anni più tardi rispetto alla prima statua. Unipotesi, una supposizione, visto che una guida vera e propria qui non cè. E quando arrivano i turisti dallestero? Ci sarà una voce guida che accompagna il loro percorso? Nemmeno questa, almeno non più, visto che cera fino a 3 anni fa, quando a gestire il Museo non era la Kore s.r.l., ma unaltra società: la Nova Muse. E la sala? Questa sala arricchita da due tesori dal valore inestimabile? Vuota, spoglia e assolutamente deserta! Tornando al colore del bronzo, quello della «statua B» è diverso dallaltro semplicemente perché ad illuminare la «statua B» cè un faro di luce che manca alla «statua A»: il faro ormai andato e non è stato sostituito. Basterebbe quanto finora raccontato per far riflettere sullo stato di conservazione, o di abbandono, dei «Bronzi di Riace», «parcheggiati» dal 1981 nel Museo Nazionale di Reggio Calabria, ma purtroppo cè dellaltro. A proteggere le due statue bronzee da possibili atti vandalici o, comunque, da visitatori troppo «curiosi», nessuna separazione vera e propria, ma solo il basamento sul quale sono stati posizionati per dare loro slancio e visibilità: una scelta questa, fatta nel 1981, quando si decise di destinare i «Bronzi di Riace» al Museo dellex capoluogo di regione, dopo essere stati a Firenze, nel Centro di Restauro della Soprintendenza Archeologica della Toscana. Una scelta che, a quasi trentanni di distanza, dopo i tanti gesti vandalici che troppe volte hanno offeso alcune delle nostre opere darte, forse avrebbe dovuto subire qualche correzione. Alla fine della visita certo dispiace dover distogliere lo sguardo da queste due bellezze, soprattutto se si incrocia poi unimperfezione che contrasta con tale splendore. Sono quelle stesse orribili chiazze scure, evidenti segni di noncuranza, già viste per le scale, presenti anche qui, sulle pareti della sala: uno spettacolo davvero poco edificante a fare da cornice a quella che è stata una delle scoperte archeologiche più entusiasmanti del nostro secolo. Una scoperta che avrebbe dovuto contribuire al rilancio della Calabria, alla quale invece, la stessa regione non sembra aver riservato un trattamento degno del suo grande valore, artistico e storico.
REGGIO CALABRIA - Quei magnifici Bronzi di Riace soli e abbandonati a se stessi
Il Museo di Reggio Calabria ospita i Bronzi di Riace, due statue greche del V secolo a.C. scoperte nel 1972. Tuttavia, la visita al museo è caratterizzata da problemi di manutenzione e abbandono. Le pareti della sala sono coperte da scritte e cavità, e la temperatura è bassa a causa di un impianto di climatizzazione non funzionante. La sala è anche vuota e deserta, senza una voce guida. I Bronzi di Riace sono esposti su un basamento senza separazione, che potrebbe metterli a rischio di atti vandalici. La visita è segnata da imperfezioni e segni di noncuranza, che contrastano con la bellezza e la grandezza delle statue.
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