Mappe incerte LO SPAZIO come straordinaria metafora della nostra società. Un incontro con Stefano Boeri , nuovo direttore della rivista «Domus» e cofondatore di Multiplicity, collettivo di architetti, geografi, artisti, urbanisti, fotografi, economisti che indagano la realtà globale attraverso le mutazioni del paesaggio metropolitano e del comportamento degli individui che lo abitano Stefano Boeri, tra i più interessanti architetti e urbanisti di questi anni, è docente all'università IUAV di Venezia e, da gennaio, è il nuovo direttore di «Domus», rivista leader di architettura e design. Per Boeri l'analisi della condizione urbana contemporanea deve partire dalle sue zone d'ombra perché, dice, le trasformazioni più interessanti avvengono spesso ai margini della nostra attenzione. Per la sua ricerca privilegia modalità eterogenee; il collettivo Multiplicity, da lui co-fondato, è infatti costituito da architetti, geografi, artisti, urbanisti, sociologi, economisti, fotografi e registi. Insieme affrontano le mutazioni del paesaggio urbano e del comportamento degli individui che lo abitano secondo molteplici prospettive disciplinari. Tra le ricerche realizzate da Boeri con Multiplicity, ricordiamo Border Counter, presentata all'ultima edizione della Biennale di Venezia, dove viene analizzata la moltiplicazione di confini, muri e sistemi di controllo nello spazio contemporaneo; Solid Sea case 01 - The GhostShip, presentata nel 2002 a Documenta 11, nella quale viene studiata la nuova natura del Mediterraneo attraverso la ricostruzione del naufragio lungo le coste della Sicilia nella notte di Natale del 1996; USE-Uncertain State of Europe in cui viene scrutata la condizione urbana in Europa e se ne osserva l'evoluzione. Presentata, tra l'altro, anche all'Arc en Rêve di Bordeaux nel novembre 2000, la ricerca è documentata in un omonimo volume pubblicato da Skira nel 2003. Il suo lavoro allo IUAV di Venezia e quello con Multiplicity sono all'insegna di uno sconfinamento degli ambiti disciplinari, in particolare tra architettura e arte visiva. Mi sembra che negli ultimi anni arti visive e l'architettura abbiano spesso guardato le stesse cose: la città, lo spazio abitato, la «condizione urbana» - usando un termine che mi piace molto. Un'attenzione convergente, che riguarda anche altre discipline come l'antropologia, la sociologia urbana, la geografia. La novità, rispetto alle retoriche dell'interdisciplinarietà degli anni 60 e 70 è che oggi spesso si guardano le stesse cose a partire da ambiti disciplinari e linguaggi che restano diversi, specifici. Per cui diventa sempre più importante lavorare sulla traduzione dei concetti e dei termini da una sfera del sapere all'altra. Che è un lavoro appassionante, perché significa imparare a far oscillare i concetti e i nomi sulle cose, impedire che si cristallizzino. Multiplicity è un collettivo di ricerca formato da fotografi, architetti, artisti, geografi che lavorano sugli spazi locali raccontando delle storie, ascoltando delle testimonianze, ricostruendodelle vicende, e usando a questo scopo sguardi molteplici; non solo quelli delle arte visive e dell'architettura. Alla base del nostro lavoro c'è una grande fiducia nel fatto che nella sfera locale nello spazio fisico dei luoghi che abitiamo, viviamo, attraversiamo - si annidino oggi processi e fenomeni in grado di dire molto sulla realtà globale del mondo. Perché lo spazio locale è un po' come la cruna dell'ago, dove tutto scorre e passa, anche i flussi più immateriali e transnazionali. In poche parole, produciamo atlanti di situazioni locali. Atlanti che in fondo non sono altro che testi che mettono in relazione tra loro cose, parole e concetti; o meglio, che mettono in relazione le cose dello spazio locale, i termini dei nostri vocabolari tecnici e le immagini mentali che su entrambi proiettiamo. Sin dall'inizio, Multiplicity ha avuto un rapporto particolare con il mondo dell'arte... La nostra ricerca si è prodotta quasi sempre in relazione a eventi espositivi, installazioni. Questo comporta dei rischi, anche seri (i tempi della ricerca e quelli delle esposizioni raramente coincidono) ma ci ha anche aiutato a lavorare a fondo sull'efficacia comunicativa delle nostre ricerche. Questo ha anche avuto implicazioni importanti sull'etica della nostra ricerca, nel senso che ci siamo abituati nelle nostre installazioni - a cercare di offrire sempre al visitatore la possibilità di falsificare le nostre rappresentazioni. Mettendo in scena non solo e tanto i risultati, ma anche la metodologia stessa della ricerca sul campo. Spiegando come e perché per fare un esempio - intervistiamo dei testimoni, o li pediniamo, o costruiamo delle mappe dei loro cicli di vita. Insomma, è importante che il visitatore di una mostra possa dire: «no, se usate questo approccio, questo sguardo, arriverete a risultati sbagliati». E il lavoro allo IUAV di Venezia? Nasce dalla collaborazione con Hans-Ulrich Obrist, una figura straordinaria di critico-ricercatore, che riassume in sé, nel suo modo di abitare il mondo, questa curiosità per gli sguardi diversi che si muovono attorno all'arte visiva, all'architettura, all'urbanistica, alla scienza. A Venezia, con Obrist (che insegna alla facoltà di arti visive) abbiamo sviluppato un laboratorio attivo da 2 anni che produce incontri, scambi, eventi; come la mostra-ricerca «do-it-yourself» (presentata quest'anno allo spazio Viafarini di Milano) nella quale gli studenti producono loro stessi delle installazioni legate al tema della comunicazione interpersonale. Lei è da poco il nuovo direttore di «Domus». Il primo numero, quello di gennaio, propone un taglio molto coraggioso e radicale. Come la scelta di aprire una rivista di architettura con un articolo sull'anti-architettura di Cedric Price. «Domus» è una rivista che si occupa di architettura, design e di arte, ma anche di informazione. Ma non è una novità, questo accadeva anche con le direzioni di Giò Ponti e di Mendini, diciamo fino alla metà degli anni 70. Ho cercato di riprendere questo tipo di attenzione verso la sfera domestica e il mondo urbano abitato, contemporaneo, mettendo in campo sguardidiversi sullo spazio: carte, interviste, fumetti, inchieste, statistiche, fotoromanzi, ciascuno con la sua dignità e i suoi limiti. «Domus» sta cercando un pubblico nuovo, non solo di addetti ai lavori: un pubblico di architetti, artisti, ma anche di osservatori della realtà che capisca che oggi l'architettura intesa come cura della dimensione fisica del mondo - è uno dei modi più interessanti per parlare delle società che abitiamo. La sua attenzione si è spesso rivolta alle forme di auto-organizzazione dal basso. A questo proposito cosa pensa del recente fenomeno dello «sciopero selvaggio»? Come cambia il nostro spazio di vita alla luce di questi sempre più marcati squilibri e tensioni? Gli scioperi selvaggi sono spesso il risultato dell'incapacità del sistema politico di ascoltare, di entrare in relazione con alcune forme di auto-organizzazione presenti nella società locale. L'auto-organizzazione è oggi spesso una forma di supplenza all'assenza di politiche pubbliche, soprattutto nel campo dei servizi; ma anche una salutare reazione alle difficoltà del governo locale e centrale di stabilire una reale comunicazione con coloro che dovrebbero rappresentare. Con la ricerca USE, Uncertain States of Europe ci siamo accorti che oggi in Europa gli spazi più interessanti e i fenomeni più innovativi non sono prodotti dall'architettura e neppure dalle politiche urbane delle amministrazioni pubbliche o dai piani urbanistici. Più spesso sono il risultato di processi di trasformazione auto-organizzati, in cui gli utenti sono anche i gestori e i committenti-promotori di una trasformazione urbana. L'auto-organizzazione si verifica quando brani della società si sostituiscono all'operatore pubblico, riempiendo i vuoti, i grandi deserti della sua azione. Ma attenzione - auto-organizzazione non vuol dire spontaneità; a volte le forme di autorganizzazione generano istituzioni autogestite, ma molto forti e molto rigide. Gli scioperi a Milano sono stati eventi problematici che hanno creato grandi disagi a tutti. Ma è meglio un'azione imprevista o illegale, del silenzio, del vuoto. Perché è proprio il vuoto d'azione del potere locale a generare l'incomunicabilità con cittadini una deriva molto rischiosa. Il conflitto è comunque una forma di comunicazione, l'opposto del terrorismo, che nasce invece dal silenzioso accumulo di astio e da un autocompiacimento autistico. Quando il conflitto si manifesta, per quanto in modo duro, lacerante, come è successo a Milano, bene, è comunque un segno salutare. La fluidità del nostro tempo porta con sé la possibilità di muoversi facilmente. Eppure, oggi tutto questo viene negato da allarmi terroristici, da un crescente senso di sospetto e da politiche sempre più restrittive di controllo. Non è solo il terrorismo a limitare la libertà. Quella della fluidità, di una modernità liquida, fluida è un'irritante utopia. Fluidità, liquidità, scivolamento, spazio liscio rappresentano le ultime grandi utopie negative del XX secolo. In realtà se ci guardiamo attorno tutto il nostro mondo è condizionato dalla proliferazione di confini, bordi, barriere, sistemi di controllo, password, codici di ingresso. Questo avviene sia in quelle zone del mondo dove ci sono dei conflitti in corso, sia negli spazi di vita, nella nostra quotidianità. Viviamo in un mondo in cui i problemi di definizione e rappresentazione della propria identità sono esplosivi, anche perché si tratta di un mondo in cui si comunica facilmente a grande distanza. Il problema di fissare la propria dimora, il proprio punto di vista corporeo, fisico, nello spazio rappresenta spesso una questione vitale per evitare che la propria identità sia eterodirettta, costruita da altri. E questo spinge molti soggetti, molti gruppi di individui a proteggersi entro un perimetro fisico, delle cancellate, delle barriere, dei recinti. Un fenomeno tipico della condizione contemporanea, in cui i recinti e i confini prevalgono sui flussi. O meglio, ne rappresentano la parte oscura, necessaria. Nel territorio, nelle città che abitiamo, spesso flussi e confini lavorano insieme, si sostengono a vicenda. L'ossessione identitaria genera nuovi nazionalismi e bandiere, ma soprattutto nuove frontiere e nuovi muri. Come quello fra Israele e Palestina. Si tratta di una proiezione di una strategia militare sul territorio, una forma autoritaria repressiva e molto pericolosa. Ma è stata progettata da urbanisti e architetti come lei... Ho lavorato di recente con un gruppo di architetti israeliani, tra cui Eyal Weizman e Rafi Segal che hanno denunciato la responsabilità dell'associazione degli architetti israeliani nel progettare nuovi insediamenti di coloni nei territori della West Bank. Architetture costruite sul colmo delle colline, collegate da autostrade volanti e inaccessibili alle popolazioni palestinesi. Architetture succubi di una strategia di controllo militare del territorio. Non è il muro in sé, come oggetto fisico, a essere pericoloso. È il suo uso. La matrice politica e militare che lo genera. L'anno scorso con gli studenti di architettura di Venezia tra cui un gruppo di israeliani e palestinesi - abbiamo lavorato a lungo sulla presenza di un muro eo di più muri in Palestina. Abbiamo provato a capire se in alcune parti di quel territorio il fatto di costituire delle barriere potesse diventare un elemento positivo. A volte i muri possono anche aiutare a chiarire le differenze o diventare temporanei, mutanti, trasformarsi in spazi su cui si aprono delle porte. Ci sono esempi di muri doppi, che hanno ospitato al loro interno luoghi di incontro, servizi per entrambe le popolazioni che pur separano e che vi trovano temporaneamente occasioni di interazione. Ma il muro di Sharon è tutt'altro. È un diabolico dispositivo di gestione militare, tanto più pericoloso, quanto più appare spezzettato, sinuoso, paradossalmente attento alle particolarità dei luoghi che separa. Un'operazione ignobile e sofisticata. E se avessero chiesto a lei di progettare questo muro? Mi sarei rifiutato. In fin dei conti, questo tipo di muro rappresenta proprio il rifiuto di considerare la complessità della situazione palestinese, rappresenta la sua riduzione a un problema di a-simmetria. Ma in Palestina non c'è nessuna simmetria da ristabilire, non ci sono due popoli, due nazioni, due culture: ci sono invece da entrambe le parti del «muro» - molti soggetti, molte religioni, molte culture. Ridurre tutto a una contrapposizione tra due sfere e regolarla con un muro è pura follia. L'alternativa è quella che Edward Said ha sempre sostenuto: un unico stato che ospiti più nazioni, più culture e religioni. La progettazione architettonica e la riflessione urbanistica si pongono al servizio di una ricognizione della nuova condizione urbana contemporanea. È questa quella che lei chiama l'utilità sociale dell'urbanista? Credo che lo spazio sia una straordinaria metafora della nostra società. Probabilmente la migliore di cui disponiamo; è quindi molto importante saperla usare. Da questo punto di vista penso che l'architettura, che per sua natura sviluppa un rapporto ravvicinato, di prossimità con lo spazio, con i suoi dettagli, con le sue corrugazioni abbia oggi un grandissimo potenziale di utilità sociale. Ci può aiutare a vedere fenomeni altrimenti invisibili. Questo è in buona parte anche il programma di «Domus». Dino Formaggio dice «la prassi umana è una prassi di libertà e di necessità insieme. La libertà umana si fa strada tra i vincoli. L'esercizio della libertà diventa allora esercizio di un impegno». Per progettare bene bisogna avere vincoli. Costruirci dei vincoli, delle condizioni limitanti ci aiuta a selezionare i materiali (idee, immagini, ricordi, mitologie, forme) che raccogliamo per progettare. Ma guai a perdere la voglia di saltare di lato, cambiare programmi, includere dati e idee fino ad allora imprevisti. Proprio Cedric Price una stella cometa per «Domus» - insegnava che l'incertezza è un valore cruciale per l'architettura contemporanea.