Per parlare di un flop è presto. Ma per ora la corsa dei Comuni alla vendita degli immobili, dopo la procedura ultra-semplificata introdotta con la manovra d'estate, non è partita. E la pioggia di offerte immobiliari dei sindaci sembra rimandata a data da destinarsi. L'impressione è netta guardando i numeri forniti dai 36 capoluoghi di Provincia che hanno già varato e comunicato i propri «Piani delle alienazioni e valorizzazioni immobiliari». Il campione non è statisticamente significativo, anche perché la tradizionale proroga a marzo del termine per presentare i preventivi ha ovviamente allungato i tempi delle scelte comunali, ma è già consistente. E mentre Torino sta effettuando le valutazioni, l'unica eccezione significativa si incontra per ora a Milano, che ha in programma vendite per 1,8 miliardi, contro il miliardo dell'anno scorso (in gran parte le procedure sono ancora in corso). Gli altri capoluoghi, soprattutto quelli medi, vedono invece diminuire il patrimonio messo in vendita; in media del 20 per cento. E non mancano i casi, da Firenze a L'Aquila, da Novara a Trento, dove nuove dismissioni non sono neppure all'ordine del giorno. I dati sono quelli contenuti nei Piani delle alienazioni già redatti dai Comuni, cioè nello strumento introdotto dalla manovra d'estate (articolo 58 della legge 1332008) per accelerare le vendite dei sindaci. L'inserimento di un immobile nel piano, che i Comuni devono mettere nero su bianco insieme al bilancio di previsione, lo classifica automaticamente come patrimonio disponibile, dispone la destinazione urbanistica dei singoli beni e costituisce variante al Piano regolatore. A impedire la valorizzazione a tutto campo del mattone comunale, secondo la filosofia dell'intervento, ha contribuito anche la selva di passaggi burocratici e di passaggi multipli in consiglio che precede la vendita, e che viene superata dalla nuova autostrada normativa. Il passaggio dalla teoria alla pratica, però, si rivela più complesso. Certo, la crisi economica che ha investito anche il mattone non aiuta a raccogliere folle di potenziali acquirenti, e i primi scricchiolii si erano già avvertiti con le vendite dello scorso anno. A Rimini, che nel 20022005 aveva messo sul mercato immobili per 20,5 mi-' lioni, la prima asta del 2008 è andata deserta, e a dicembre erano arrivati solo 3oomila euro dei 144 milioni messi a preventivo a inizio anno. Anche a Novara vendite importanti si sono per ora fermate sulla carta, e sui pacchetti più consistenti le difficoltà aumentano anche in altre città. Ma a frenare i sindaci sono anche le tante incertezze che ancora circondano la nuova norma, a partire dal ricorso alla Corte costituzionale che ha tradotto in pratica un conflitto già latente con alcune Regioni, e che mette in dubbio le sorti stesse della norma (si veda l'articolo sotto). Che fra gli addetti ai lavori solleva anche altre obiezioni: «Il testo - ragionano ad esempio dal Comune di Modena - è troppo generico, non specifica i dati tecnici con cui indicare i beni e la destinazione di Prg non si può modificare con il bilancio. Noi abbiamo sempre approvato piani triennali di dismissioni, e la norma introduce solo un adempimento ulteriore». Il fatto, riflette il presidente di Scenari Immobiliari Mario Breglia, è che «una norma non crea un mercato, e servono strategie e capacità di seguire le dinamiche che pochi Comuni hanno. Anche l'esperienza dei fondi immobiliari, che a Milano e Torino è andata bene, non trova nuovi esempi». Per ora, insomma, una grossa fetta del tesoro immobiliare disponibile dei sindaci, che le stime di Patrimonio dello Stato collocano intorno ai 20 miliardi, sembra destinato a rimanere in Comune.