La sinistra tagliava nastri e finanziava gli amici. Al centrodestra tocca una grande sfida: far rivivere le nostre radici. È cosa buona e giusta. Un esempio? Il lavoro di Muti sul 700 Caro ministro Bondi, qui parlerò di soldi buttati via, tradizione, archivi, giovani orchestre, metodo di ricerca in campo musicale e letterario. Primo. Ha ragione lei, condivido: non cè cultura di destra o di sinistra. Ma di certo non è cultura quella che passa per essere di destra e ha il suo simbolo nelle penne di struzzo e sfrigola nel lusso. Intendo quella degli spendaccioni a oltranza dei denari altrui. Quella dei sovrintendenti che imbellettano i monumenti del melodramma per regalare polverose scempiaggine buone ai ricconi e agli snob, i quali peraltro se le pagherebbero da soli senza bisogno delle sovvenzioni sottratte alle social card. Insomma: ce lho con le elargizioni statali ai carrozzoni della lirica e dei festival teatrali con registi che si fanno pagare come faraoni e rubano loro del popolo consumandolo nelle loro scenografie decadenti. Decadano pure, ma non in nostro nome. Non in nome di questo governo, almeno. Secondo. Lei ha una grande occasione grazie a questi tagli imposti da Tremonti, anzi dalla realtà, per scegliere che cosa è degno della provvidenza pubblica, e lasciare al suo glorioso destino chi, data la tanta pappa ricevuta dalla mamma statale, dovrebbe saper camminare da solo. Per esempio, la Scala. Anche senza denari del ministero dei Beni culturali, essa troverà di che sostentare registi e cantanti, orchestre sindacalizzate e masse: suoni il campanello di mecenati come al tempo delle signorie. Lo fece Leonardo, potrà adattarsì anche qualche altro genio. Visto che essa è calamita di turisti e di prestigio, si attiveranno gli sponsor privati, i quali avranno pure la loro bella convenienza a farla brillare sul fondo cupo della crisi per catturare gente dal portafoglio ancora gonfio. Non è questione di tagliare il venti per cento a tutti gli enti e le fondazioni varie (i famosi tagli lineari, che non esigono acume ma solo forbici). Si attirerà nemici, ma occorre decimare non diminuire le razioni. In tempo di crisi occorre rafforzare le fondamenta, investendo su quelle, non comprare tendaggi. Terzo. Io dico: occorre investire in tradizione, sulle colonne, non sulle spume effimere e sui battiti dala delle farfalle. Investire in tradizione significa sostenere le energie giovanili che vi attingano, si fondano con le fondamenta (gioco di etimologie). Insomma. Se avessi due soldi, oggi li investirei in archivi e in tutele del patrimonio di carte e roba varia, il suo ordinamento e la sua ripulitura, eliminazione di ragnatele, sperimentazione immediata della validità di quanto proviene da altre epoche. Roger Scruton ha scritto: «E possibile appartenere a una civiltà e sapere poco e niente della sua cultura. Questa è la condizione attuale della maggior parte degli occidentali». E noi apparteniamo alla civiltà occidentale. Purtroppo, secondo Scruton, ma anche secondo me, si è diffusa lidea che si possa impunemente ignorare il passato e il meglio della nostra tradizione. Risultato visibile: convinzione che la propria cultura valga poco, quella italiana, poi, niente. Ripeto lesempio della Scala. Sovrintendente: franco-russoungherese. Direttore principale delle musiche: argentino. Sembra lInter. Poi si usano le opere del melodramma ottocentesco, ma le si usa impolverate, riesumate dal freezer, una carcassa verdiana rivestita di panni berlinesi: il contrario della tradizione, la quale o è viva e respira adesso, o è una mummia. Risultato numero due di questa ignoranza: il diffondersi della cultura del ripudio e del risentimento (verso noi stessi: ormai siamo convinti che la cultura occidentale, in assoluto la più aperta verso il mondo, abbia causato solo oppressione), lo sradicamento, lincapacità dì opporsi alla marea che arriva da Oriente. In una sola parola: il nichilismo. Quarto. La destra ripete da cinquantanni: tradizione, tradizione. Allora si dia da fare per metterla in salvo. La sinistra si è curata solo di inaugurazioni e distribuzione di finanziamenti agli amici. Il centrodestra metta le mani sul serio, ad esempio, su archivi e biblioteche nazionali. O sui collegi universitari (Borromeo, Ghislieri eccetera). Investa li. Quintuplichi i denari in queste cose. E in ciò che tra i giovani nasce per rinverdire quel lascito. Quinto. Non sono cose da dilettanti. Queste riflessioni sono state ravvivate dalla recente esperienza di Riccardo Muti. Non sto qui a dire che errore si sia fatto a Milano inducendolo ad andarsene e a trovare lidi migliori a Chicago e a Salisburgo. Vale ciò di cui sopra: lincapacità di valorizzare il genio in casa nostra, forse perché non di sinistra. A Piacenza nei giorni scorsi, (a Piacenza!) nel teatro comunale, e dopo che era stato proposto a Ravenna (a Ravenna!) e a Salisburgo (qui risparmio il punto interrogativo, ma noto: la capitale della musica mozartiana), si è rappresentato il dramma giocoso di Giovanni Paisiello (napoletano) su libretto di Pietro Chiari (bresciano) "Il matrimonio inaspettato". Questopera era stata rappresentata lultima volta nella primavera del 1803 a Napoli, al Teatro Nuovo sopra Toledo. Fu composta alla corte dello Zar a Pietroburgo nel 1779. Qui vado spiccio. Ma è un tesoro inestimabile. Giaceva nellArchivio Musicale della Congregazione dellOratorio dei Girolamini di Napoli. Praticamente intonso. Quando Muti lha portato nello scorso maggio a Salisburgo gli spettatori non credevano alle loro orecchie: cera Mozart prima di Mozart. Non che il grande salisburghese abbia copiato. Ma è chiaro che Mozart è salito sulle spalle napoletane (anzi, più precisamente tarantine) di Paisiello. Le "Nozze di Figaro", Il "Don Giovanni", "Così fan tutte" hanno trovato in Paisiello la leggiadria poi innalzata a cattedrale da WolfgangAmadeus. Muti spiega: sono state alcune ricercatrici da lui inviate da Salisburgo, più esattamente dal Festival di Pentecoste, a cercare, leggere, stupirsi. Muti da anni predica che occorre riscopri re la Napoli del Settecento. Non basta limitarsi a dire che è stata la capitale della cultura europea del Settecento e poi limitarsi ad atteggiare una certa piega scandalizzata delle labbra. Occorre mostrarlo. E lo si mostra lavorando: valorizzando gli archivi, sistemando, ricercando, scremando e poi rimettendo questa cultura alla luce del giorno. Pergolesi, Cimarosa, Scarlatti, Paisiello, Porpora, Cherubini, il grandissimo Cherubini. Un giacimento che non va suggellato con i timbri, ma dissepolto. La tradizione musicale italiana è piena di sorprese. Dice Muti: «Lavorando sul 700 napoletano, si può rivedere l800 del melodramma togliendo le ingessature e la polvere. Oggi si ripropongono i soliti venti-trenta titoli, e lo si fa come se provenissero dal ripostiglio». La ricerca continua. E continua attraverso luso di energie giovani guidate da maestri. LOrchestra giovanile Cherubini tirata su da Muti non è fabbrica di professionalità meccaniche. Ogni ragazzo resta tre anni. È un lavoro per costruire persone che abbiano passione, e sappiano rispettare la materia e lo scopo della loro fatica, guadagnare il pane, ma anche le rose. Sesto. Quale morale trarre? Faccia lei, signor ministro Bondi. Mi limito a trascrivere, a proposito dei benemeriti Girolamini di Napoli, quanto apprendo dalla prima pagina del loro sito. Cè una lettera: «Urgente. Napoli, 29.12.2008. Spett.le Soprintendenza... Oggetto: Caduta intonaci dalla facciata... Interventi... Se ne segnala la somma urgenza. Firmato. Il conservatore padre Giovanni Ferrari» .