FARE IL CHIRURGO IN CIURLANDIA Apologo numero 1). Nella città di Dummburg, capi.tale (si sa) del granducato di Ciurlandia, lospedale centrale deve assumere un primario di chirurgia. Si presentano tremila concorrenti (in quellinfelice Paese, cè da non crederlo, molti giovani sono disoccupati). I candidati vengono sottomessi a esami di preselezione, che misurano sveltezza di reazione e acume dellingegno mediante quiz psicometrici: test di abilità matematica, un po di cultura generale, nozioni elementari di letteratura ciurlandica, Nemmeno una prova di medicina, né di chirurgia. Il vincitore viene assunto sullistante, e il giorno dopo entra in azione in sala operatoria. Che cosa se ne deduce? A Dummburg nessuno sa (o ritiene) che la medicina, e in particolare la chirurgia, richiede competenze altamente specializzate. Che cosa ne consegue? Molti pazienti del neo-chirurgo, svelto di cervello ma incompetente in chirurgia, ci lasceranno la pelle. Apologo numero 2). Il Kaimakan dei Lavori pubblici del granducato di Ciurlandia ha deciso di nominare un dirigente plenipotenziario ai ponti e alle strade, e si guarda intorno. Fra i candidati si contano un finissimo teologo, uno zoologo di chiara fama, un eccellente diplomatico. Ingegneri, nemmeno uno. Il plenipotenziario viene scelto fra i tre candidati, e dal giorno dopo comincia a progettare e costruire ponti e strade. Che cosa ne deduciamo? Che in Ciurlandia nessuno sa (o ritiene) che lingegneria, e in particolare larte di costruire ponti e strade, richiede competenze altamente specializzate. Che cosa ne consegue? Che in Ciurlandia molti ponti cadranno rovinosamente, molte strade franeranno. In quel Paese quasi altrettanto fittizio che, fra gli sberleffi e i lazzi di uno dei partiti che lo governano, provvisoriamente porta ancora il curioso nome di «Italia», sarebbe mai possibile qualcosa di simile? Rispondiamo, anzi urliamo sdegnati: No, no e poi no. In sala operatoria entrano solo chirurghi di provata esperienza, i ponti li costruiscono fior dingegneri con le carte in regola. Queste sono professioni forti, pilastri della società. Certo, anche in Italia ci sono invece professioni deboli, per le quali non si richiede alcuna competenza specifica. Per esempio, larcheologia e la storia dellarte. Il superiore ministero sta svolgendo in questi mesi i concorsi per lassunzione di poco più di quattrocento operatori museali (grande novità, dopo un lunghissimo blocco delle assunzioni). Decine di migliaia di candidati, era prevedibile. Le preselezioni, affidate a test di abilità varia, che spaziano dalla matematica alla biologia alla storia: rigorosamente escluse, fra le materie delle 100 domande a cui rispondere velocemente entro unora, larcheologia e la storia dellarte. Che cosa se ne deduce? Che in Italia nessuno sa (o ritiene) che la storia dellarte e larcheologia richiedono competenze specializzate. Che cosa ne conseguirà? Che avremo nei musei e nelle soprintendenze persone svelte di cervello, ma che potrebbero non saper nulla delle cose di cui dovranno occuparsi (bazzecole: gli Uffizi, il Foro romano, Caravaggio, Pompei...). Intanto, il ministro intende nominare un nuovo direttore generale per la Valorizzazione del patrimonio culturale. Che cosa fa? Si guarda intorno, e senza esitazione si rivolge a qualcuno che, come prima mossa, dichiara onestamente e lietamente che di patrimonio culturale non sa assolutamente nulla. Che cosa ne deduciamo? Che cosa ne conseguirà? (Vedi gli apologhi di cui sopra). Ingegneri, medici, commercialisti, veterinari, idraulici, avvocati, farmacisti, meccanici, biologi, botanici, notai, geometri, barbieri e così via sono professionalità che richiedono competenze riconosciute, e guai a chi voglia (poniamo) pretendere di fare il notaio senza aver dimostrato le competenze necessarie: verrebbe prontamente denunciato, arrestato, condannato (per cura dei notai veri). I beni culturali invece, in questo Paese travolto dallottimismo, non richiedono alcuna competenza, sono un mestiere "leggero", che chiunque può improvvisare (basta che sia esperto di qualcosaltro). Si sa che non è affatto così in America né nei principali Paesi europei: negli ultimi mesi alla testa del Musée dOrsay è stato nominato Guy Cogeval, ottimo storico dellarte, al Metropolitan Museum il nuovo direttore è Thomas Campbell, grande specialista di arazzi: entrambi con provata esperienza in mostre di grandissimo successo. Ma in Italia, fra lazzi e battute, prevale il modello Ciurlandia. Sarà colpa solo di ministri distratti e ottimisti, di funzionari depressi e spaventati dai troppi concorrenti? Se fossimo in Europa e non in Ciurlandia, si imporrebbe un esame dì coscienza. Come mai quella dello storico dellarte, del funzionario di soprintendenza, dellarcheologo, non è più una professione rispettata, riconosciuta come tale? Non sarà colpa anche dei curricula, spesso giocati al ribasso nellindifferenza generale, di troppi corsi di laurea in beni culturali? Non dipenderà anche dallincapacità di troppi funzionari di rinnovarsi, di guardare alle esperienze, anche gestionali, di altri Paesi senza rinunciare alla ricchezza di quelle italiane? Non avrà a che fare col gioco perverso dì una continua delegittimazione dallalto delle soprintendenze a cui troppo spesso si risponde non con proposte nuove, ma con sdegnati arroccamenti? A chi toccherebbe cercare delle risposte, delle vie duscita, non si sa. Per il momento, a quel che pare, dovremo accontentarci, faute de mieux, di seguire allegramente il modello Ciurlandia. Auguri.
il Sole 24 Ore
4 Gennaio 2009
Allegro ma non troppo. Fare il chirurgo a Ciurlandia
SA
Salvatore Settis
il Sole 24 Ore
In un articolo di giornale, vengono presentati tre apologhi che mettono in luce la mancanza di competenze specializzate in diverse professioni in un Paese fittizio chiamato Ciurlandia.
Nella città di Dummburg, un ospedale centrale deve assumere un primario di chirurgia, ma i candidati vengono selezionati con quiz psicometrici che misurano la sveltezza di reazione e l'acume del cervello, ma non la competenza medica. Il vincitore viene assunto e inizia a lavorare in sala operatoria, con gravi conseguenze per i pazienti.
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Bene culturale
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