«Più ministri a Roma vuol dire meno ministri sul territorio. E questo lo ribadiremo la prossima settimana a Berlusconi». Roberto Calderoli ha sottolineato il no della Lega a nuovi accentramenti e spese, cioè all'intenzione del presidente del Consiglio di ricostituire i ministeri della Sanità (o della Salute) e del Turismo, da affidare rispettivamente ai sottosegretari Ferruccio Fazio e Micaela Brambilla. «Con Bossi abbiamo espresso al premier, già nei giorni scorsi, le nostre perplessità - ha puntualizzato il ministro della Semplificazione - In primo luogo perché in un momento di crisi per il Paese fare nuovi ministri non è un bel segnale, se il Paese deve tirare la cinghia cominci a farlo il governo. E poi, perplessità ancor maggiori per il fatto che, nel momento in cui si fa il federalismo, non si può accentrare a Roma due materie, sanità e turismo, di competenza regionale». Calderoli ha così confermato l'anticipazione del "Corriere" sulla cena, l'altra sera, con Giulio Tremonti e Roberto Calderoli a Calalzo di Cadore - in provincia di Belluno, una dozzina di chilometri da Lorenzago dove fu elaborata la prima bozza di federalismo - dove la Lega ha respinto la prospettata riedizione dei vecchi ministeri. Un no, quello di Umberto Bossi, che alcune voci collegherebbero invece all'obiettivo leghista di negoziare una "promozione" per l'ex ministro della Giustizia, Roberto Castelli, attualmente sottosegretario alle Infrastrutture. Si vedrà. Di certo, Bossi guarda al 13 gennaio, quando il disegno di legge sul federalismo fiscale giungerà all'esame del Senato, e non vuole altra carne a cuocere prima dell'approvazione, prevedibilmente entro gennaio stesso. Senza contare che resta aperta la questione dell'aeroporto di Malpensa: «Siamo disposti a tutto per salvarlo - ha ammonito lo stesso Castelli - Si illude chi crede che la Lega sia pronta a barattare questa battaglia sull'altare del federalismo fiscale», infatti il Carroccio potrebbe persino sperimentare «geometrie variabili in parlamento». Il no della Lega ha suscitato vivaci reazioni sia nella maggioranza, dove il Pdl ha rilanciato ponti verso il Pd ribadendo la necessità del dialogo, sia nell'opposizione, dove il Pd vede confrontarsi due linee - più e meno favorevole al confronto, più e meno vicina all'Idv - e dove l'Udc, con Maurizio Ronconi, ha sostenuto che «proprio perché la gestione sanitaria è materia prevalentemente delegata alle Regioni, sarebbe un grave errore non nominare un ministro della Sanità che avrebbe l'autorevolezza di vigilare che non si verifichino difformità nell'offerta sanitaria tra le diverse regioni». D'accordo il leader della Destra ed ex ministro della Salute, Francesco Storace: «Serve come il pane e Berlusconi farebbe bene, almeno su questo, a respingere al mittente i diktat della Lega». All'irrigidimento della Lega corrispondono cauti segnali di disgelo tra Pdl e Pd, in seguito alla proposta del ministro ombra della Giustizia, Lanfranco Tenaglia, di un collegio di tre giudici a decidere le misure cautelari. Dalla disponibilità di Pierluigi Mantini alle perplessità di Felice Casson, posizioni diverse nel Pd sulla giustizia. Tuttavia, per il ministro Sandro Bondi «è in corso un cambiamento significativo e promettente, un confronto sui contenuti è già iniziato». E il vicecapogruppo Pdl alla Camera, Italo Bocchino, ha sollecitato le commissioni Affari costituzionali e giustizia a «verificare se esistono i presupposti per una convergenza sulle riforme». Positiva la replica di Andrea Orlando, portavoce del Pd: «Bondi ha ragione, c'è un terreno comune ma si deve partire dall'economia» e l'esecutivo presenti una «seria proposta». Infatti - avrebbe osservato Walter Veltroni - «non s'è mai visto al mondo che l'opposizione faccia più proposte del governo».