Il vescovo Appello alle istituzioni e alle forze sociali L'omelia di Nogaro: più cultura Il richiamo del sacerdote al sindaco Petteruti: «Non ci sarà giustizia se il Macrico non diventa un grande parco» Una dichiarazione d'amore sincera e appassionata, una «confessione non facile» per manifestare l'interesse e l'attaccamento alla sua gente. Questo il senso dell'omelia pronunciata dal vescovo di Caserta, monsignor Raffaele Nogaro, durante la celebrazione del «Te Deum» di ringraziamento che per il presule potrebbe essere l'ultimo. Dimissionario per raggiunti limiti di età, il «padre vescovo Nogaro », dovrebbe, infatti, essere sostituito da un altro pastore. Ma i tempi tecnici per questo avvicendamento potrebbero non essere brevi. C'è chi parla anche di dodici, diciotto mesi. Periodo, comunque, che sarà trascorso intensamente dal vescovo di Caserta. E, soprattutto, sarà scandito dalla partecipazione dei fedeli che a malincuore si separeranno dal presule nonostante Nogaro abbia deciso di continuare a vivere nella «sua Caserta». Le parole pronunciate l'altra sera dal vescovo, sono apparse come il saluto ufficiale e accorato del pastore alla sua comunità ecclesiale. «Sono diventato prete perché sentivo forte l'urgenza di aiutare gli uomini e di amarli in nome del mio Cristo» è stato l'incipit della sua omelia-confessione. Una professione d'amore che divenne atto quando raggiunse, proveniente da Udine, la sua terra, Sessa Aurunca, prima sede da vescovo. «Non sapevo dove fosse quella cittadina ha detto Nogaro ma fu proprio lì che vissi un'esaltante esperienza al fianco dei bisognosi e di quanti soffrivano. E feci mie le battaglie della gente sessana». Poi l'arrivo a Caserta, il 16 dicembre 1990, dove «venivo con gioia» ha sottolineato il sacerdote. «Nella nuova sede ha proseguito il vescovo improntai la mia missione all'ascolto e all'accoglienza di tutti quanti avessero bisogno di aiuto». Un impegno che diventò sempre più ampio ed entusiasta. Nacquero, così, tante attività con e per la gente. Dal Sinodo, alle visite pastorali, alle attività culturali, all'impegno per i migranti, al sostegno a Casa Rut, alla «Civitas casertana», a «Caserta città di pace», tutte iniziative con un unico obiettivo: costruire per la città e per la gente casertana una civiltà nuova. «Così, 18 anni sono passati ha incalzato Nogaro e ora ho sentito forte il bisogno di dichiarare tutto il mio amore ». E' nato così il libro «Ho amato la mia gente», che è stato distribuito in occasione del Te Deum. «Non un atto di presunzione, né un'autocelebrazione ha sottolineato il sacerdote sono schivo e rifuggo da questi atteggiamenti. Eppure ho scritto per dire alla mia gente che l'ho amata con tutta la passione del Vangelo, con la preghiera e con le opere di misericordia. E quando c'è stato qualcosa da fare sono sempre stato al suo fianco. Le cave, i rifiuti, il Macrico, l'Università, gli operai, i migranti, sono sceso in campo, a volte in modo impulsivo, ma certo con le migliori intenzioni ». In conclusione, l'appello, contenuto anche nel suo libro, ai responsabili della cosa pubblica e, soprattutto, al sindaco Petteruti, perché si intervenga per chiudere le cave, per risolvere la questione del Macrico e quella dell'Università. «Caserta non potrà mai diventare una città vivibile e poi prestigiosa, sfacciata com'è dai gironi infernali delle cave ha sottolineato il vescovo né una città libera se non si consolidano sul suo territorio centri di grande fermentazione culturale come l'Università, né una città giusta se il Macrico non diventa un polmone verde». E ora il padre vescovo lascia: «ma ha detto concludendo quello che potrebbe essere il suo ultimo Te Deum da vecovo della diocesi andrò a pregare perché Caserta metta le ali d'aquila, diventi città d'arte, di cultura, di fede e abbia identità divina nella storia». Alla fine dell'omelia, tra la commozione e le lacrime dei fedeli, è scoppiato un lungo applauso per monsignor Raffale Nogaro. In chiesa, per salutarlo, c'era la sua gente. Quella di Caserta certo, ma anche tante persone arrivate da Sessa Aurunca per salutare il «prete della gente». Il sacerdote che è riuscito sempre ad essere vicino ai più deboli ed a combattere per la sua comunità, pur schierandosi contro i potenti, anche nei momenti di maggiore difficoltà.