A che cosa serve la cultura? Non a saper fare una cosa ma a saper cosa fare di quella cosa una volta che la si è fatta. Come dire che il sapere è una conseguenza del saper fare. Sapere come esperienza, esperienza come cultura. Le città sono sintesi in movimento di questi rapporti storici e simbolici, di epoche e di stili dove il classico è contiguo al contemporaneo. Se è così, da anni insistiamo: connettere le città è la grande occasione che la politica ha davanti a sé. Per restituire al territorio sviluppo e socialità. Perché gli spazi non rimangano tali e si incarichino invece di trasformarsi in luoghi attraverso relazioni di senso. Bisogna perciò partire da un'azione che generi attori e spettatori dell'urbanità immaginando la città come prius, uno spazio vuoto da riempire. Per adoperare le parole di P. Brook: «Posso scegliere uno spazio vuoto qualsiasi e decidere che è un palcoscenico spoglio. Un uomo lo attraversa e uno lo osserva: è sufficiente a dare inizio a un'azione teatrale». Così la responsabilità di chi governa è offrire una scena di sviluppo che non sia soltanto materiale ma capace di far crescere simultaneamente racconti e rappresentazioni del passato e del futuro. «Simultaneamente» significa non aver paura delle contraddizioni del vivere urbano e addirittura nutrirle di domande, interrogazioni, infine canalizzarle, esteticamente. In questa prospettiva coniugare i molti e diversi beni culturali attraverso un gioco di squadra all'interno di una strategia culturale appare essere possibilità più che fattibile, necessaria. Le forme e le figure artistiche presenti sul territorio sono infatti tali e tante da rendersi compatibili perché complementari. E un simile progetto si qualifica come culturale proprio perché in grado di valorizzare le realtà diverse promuovendo al tempo stesso un'idea di sistema volto alla tutela delle singole parti. Ne discende l'opportunità di mettere insieme tradizioni e innovazione, l'arte e l'economia lungo una traiettoria che potrebbe restituire non solo al turismo, ma alla stessa impresa creatività e curiosità recentemente sopite e soffocate da ambienti privi di paesaggi. Vi è tuttavia un problema che attiene alla conoscenza che il territorio ha di se stesso e non riguarda la sua auto-rappresentazione in larga parte condizionata dai media e dal mercato. Sono pochi e forse sempre meno coloro che conoscono il patrimonio artistico delle loro città. Come se quest'ultimo fosse acquisito per sempre, scontato. Non è così. Si tratta, allora, forse di ritornare a reinvestire sulla conoscenza dell'arte come promessa di felicità e orientamento della nostra identità.