Martini: la crisi si può battere, ma servono più coraggio e rapidità Turismo e terziario sono importanti, però non possiamo fare a meno dell'industria Invece c'è chi l'ha snobbata troppo Più coraggio e meno puzza al naso. Non si esprime così, beninteso, il presidente della Regione Claudio Martini, ma il concetto è proprio questo. A chi gli chiede cosa deve fare la Toscana per affrontare la navigazione tra i flutti agitati che caratterizzeranno il 2009, Martini pensa esattamente a questo. Al coraggio che ci vuole per mettere in campo progetti veri che guidino un processo di riorganizzazione e riorientamento dei singoli distretti produttivi della Toscana. E al coraggio che serve agli imprenditori che possono ottenere finanziamenti solo a patto di presentare progetti impegnativi sul fronte dell'innovazione e della ricerca. La puzza al naso che proprio non ci vuole è quella di chi vorrebbe una Toscana priva di capannoni e di ciminiere, perché questa crisi ci sta insegnando, afferma il presidente Martini, la centralità dell'economia reale, l'importanza del manifatturiero, dei servizi, del terziario avanzato. Lei ha annunciato un tour nei distretti: non crede che si salverà solo chi cambia in maniera radicale? «I distretti non moriranno, alcuni stanno già fronteggiando la situazione in maniera positiva. Il tessuto di aziende dei vari distretti sta già iniziando a cambiare e la crisi contribuirà ad accelerare questo processo. Certo, è inutile farsi illusioni, Prato non può sperare di tornare alla situazione di 15 anni fa, ma questo non significa azzerare un distretto. Se verrà avviato un processo qualitativamente valido resteranno 56mila aziende maggiormente competitive. Occorre anche diversificare perché Prato non può contare solo sul tessile, Arezzo solo sull'orafo, il Valdarno solo sulle concerie. Occorre sviluppare il terziario, i servizi alle imprese e per questo, per rimanere a Prato, un buon contributo arriverrà dal lancio del polo espositivo nell'area ex Banci». Che ruolo può giocare la Regione? «Non possiamo stabilire cosa fare, area per area, ma possiamo dare sostegno e appoggio a progetti complessi di riorganizzazione dei distretti. Noi incoraggiamo le imprese, le associazioni e gli enti locali a costruire dei progetti di area, che prevedano anche la transizione di molti lavoratori a cui offrire una formazione adeguata per svolgere nuove mansioni. Meglio affrontare sfide difficili che veder deperire intere aree. Noi siamo pronti a partecipare a queste scommesse: la Regione ha poche risorse, ma per sostenere progetti di questo genere i soldi li trovo. Purtroppo, finora c'è stata scarsa progettualità; qualcosa si è fatto ad Arezzo, qualcosa si sta pensando di fare a Prato, ma poco». Lei pensa che le imprese toscane stentino ad adeguarsi al livello della sfida? «La gestione dei fondi comunitari è un capitolo cruciale. A gennaio pubblicheremo tutti i bandi, perché è essenziale fare presto e ottenere prima possibile i fondi europei. Dal mondo imprenditoriale ci è stato chiesto di ricontrattare le caratteristiche dei bandi con Bruxelles, ma noi siamo contrari perché si perderebbe molto tempo rischiando di non ottenere niente, anche perché da Bruxelles non daranno mai il via libera a semplici finanziamenti a sostegno dell'attività delle singole imprese. Per avere i contributi bisogna presentare progetti, altrimenti rischiamo di illudere i territori. Certo, se ci venissero presentate idee significative che non sono contemplate dai bandi potremmo avviare una trattativa con Bruxelles». C'è il pericolo di un ulteriore impoverimento degli ultimi presidi della grande industria in Toscana. Cosa bisogna fare? «Intanto bisogna smettere di considerare la grande impresa come un'intrusa. La vocazione turistica e paesaggistica della Toscana non è in contraddizione con un sistema diffuso di piccole aziende e con una significativa presenza di medie imprese. La Toscana non può camminare con una sola gamba: l'industria non è solo la ciminiera e il capannone, ma anche terziario, informatica, comunicazione. Accanto alle industrie ci sono laboratori, studi, centri di ricerca, banche, assicurazioni. La crisi che stiamo vivendo ci ha insegnato a riscoprire l'economia reale, per questo sono preoccupato che qualche grande impresa insediata in Toscana decida di abbandonare l'Italia, oppure rinunci ad aprirvi una sede. Per questo ci incontreremo con i rappresentanti della grande impresa per capire cosa fare per rendere più attrattiva la Toscana».