I comitati internazionali premono ancora. Gli intellettuali insistono. Ma i marmi di Elgin, con ogni probabilità, rimarranno a Londra. Atene non li riavrà: né in prestito per le Olimpiadi di agosto, né, tantomeno, a titolo permanente. Alle tante difficoltà che ostacolano l'operazione, si è aggiunto l'incolmabile ritardo dei lavori di costruzione del Museo archeologico ai piedi dell'Acropoli, nel quale le sculture di Fidia dovrebbero trovare casa. Che delusione. Su quei tesori greci il fuoco e le speranze invano si sono riaperti, invano continuano ad ardere. Londra resiste. Con una bella faccia tosta, in verità (a meno di un miracolo in occasione dell'incontro previsto nel giro di pochi giorni fra britannici e greci). Perché se è vero che la Grecia, con tipica inerzia mediterranea, non consegnerà in tempo lo spazio promesso, è altrettanto vero che nulla si è saputo su che fine abbia fatto la mano in marmo, appartenente a una statua del fregio del tempio di Apollo Epicureo (costruito nel Peloppnneso nel 420-400 avanti Cristo) rubata tre anni fa dalla sala del British Museum in cui si trova l'opera di cui fa parte. Il fatto indignò a suo tempo il ministro greco della Cultura, Evanghelos Venizelos - oggi uscente: il suo partito, il Pasok, ha perso le elezioni politiche di domenica scorsa, 7 marzo - che lo ha usato per dimostrare come il British, "cassafor-te" dei marmi di Elgin, non sia poi una fortezza inespugnabile. In altre parole, le quindici métope, i cinquantasei bassorilievi e le diciassette statue barbaramente asportati dal Partenone all'alba dell'Ottocento (Lord Elgin era all'epoca ambasciatore britannico presso l'impero Ottomano) dovrebbero continuare a vivere lontano. In barba alle battaglie pionieristiche della pasionaria Melina Mercouri, attrice di fama mondiale e ministro greco della Cultura negli anni Ottanta; all'impegno internazionale degli ultimi tempi; allo spirito dell'Olimpiade imminente. E nulla vale, in materia, il "buon esempio" che può aver dato l'Italia restituendo all'Etiopia la stele di Axum. I fregi di Fidia furono venduti al British nel 1816, per :rentacinquemila sterline oro. Nel 1801, lo scozzese Thomas Bruce, settimo conte di Elgin, imbasciatore degli inglesi a Costantinopoli, aveva ottenuto dal Sultano turco (la Grecia subiva allora il dominio ottonano) il permesso di asportare dall'Acropoli alcune sculture, o qualsiasi altro oggetto o iscrizione, purché non ostacolasse o minasse le fortificazioni della cittadella. Una catastrofe. Lord Elgin piombò sul Partenone come un rapace, con squadre di muratori che staccarono senza pietà i fregi del tempio a botte di martello e scalpello, incuranti delle menomazioni inflitte alle sculture. E caddero le eccelse figure del frontone e dei fianchi, donne e guerrieri, cavalli superbi, morbide fanciulle, divinità sorridenti, gli eroi giovani e perfetti cantati da Pindaro e da Tirteo. Caddero i simboli eletti della civiltà occidentale. Le prime sessantacinque casse giunsero a Londra nel 1804 e rimasero ferme in una cantina fino al 1816. Ma Lord Elgin non trovava acquirenti adeguati. Arrivò a lamentarsi del fatto che le sculture subivano gravi danni a causa dell'umidità e, in generale, di un clima sfavorevole, ben diverso da quello in cui erano nate e si erano mantenute. Solo allora il Governo inglese decise di acquistarle. Iniziava la seconda fase dello scempio, documentata da un illustre accademico di Oxford e Cambridge, William St. Clair, considerato il maggior esperto al mondo dei marmi fidiaci. St. Clair, avuto il permesso di accedere alle carte segrete del British, dà sostanzialmente torto alle autorità del suo Paese che, in risposta alle molte sollecitazioni di parte greca sullo stato di conservazione dei reperti, hanno sempre predicato l'inappuntabilità del British. Inappuntabilità invocata, anche presso la comunità internazionale, quale unico motivo della permanenza delle sculture a Londra. Il ministero della Cultura ha predicato ufficialmente: «I marmi sono stati conservati in condizioni eccellenti e di essi si è avuta gran cura fin dall'inizio». Invece - St. Clair ne è fonte autorevole - non solo martellate ed espianti hanno oltraggiato i reperti, ma anche, in sede londinese, una bella "scoloratura", praticata con raschietti di rame e aiutata da potenti bagni di un detergente abrasivo, il Carborundum. Tutto per togliere alle opere di Fidia quella che gli inglesi ritennero una patina del tempo. Era invece il "color pelle" preziosamente regalato al marmo pendelico dagli artisti di Pericle. «Gli inglesi - ha affermato senza mezzi termini lo studioso - non sono e non sono stati i migliori custodi dei marmi, così come hanno sempre tenuto ad assicurare». La documentazione riservata testimonia, nero su bianco, che la superficie originaria della maggior parte dei marmi, considerati fra le più alte espressioni dell'arte umana e sintesi di emozione lungo i 2.430 anni della loro esistenza, è da considerarsi irreversibilmente perduta. Inchieste sui marmi del Partenone furono avviate già nel '38 e, nonostante l'insabbiamento dei risultati, cessarono almeno le delittuose "candeggiature". Di chi la maggior colpa dell'accanimento a rendere superbian-che le sculture? Di un altro aristocratico, Lord Duveen, il mecenate che finanziò la costruzione di una speciale galleria per ospitare i fregi: li volle trattati alla candeggina in nome di un biancore abbacinante che l'artista aveva "corretto" in tinta calda, vera, palpitante come il derma umano. Basti, a rinnovare i termini di questa tragedia moderna, scritta da più autori, la parola di Frederick Pryce, custode delle antichità greco-romane del British nel '37-38: «La testa del cavallo di Selene è stata letteralmente spellata...». E quale commento può avere lo sciagurato ordine allora impartito dalla direzione del museo, a scopo riparatorio? Sintetizza St. Clair: «Su marrone raschiato, marrone spalmato». Eppure le opere di Fidia, ad onta dei tanti tormenti, rischiano proprio di non tornare sull'Acropoli assieme alla fiaccola olimpica, magari in un giorno di cielo color indaco e di sole greco.
La gara dei marmi
I comitati internazionali e gli intellettuali insistono per il ritorno dei marmi di Elgin a Atene, ma sembra che Londra si rifiuti di cederli. I lavori di costruzione del Museo archeologico ai piedi dell'Acropoli sono in ritardo, il che rende ancora più difficile il ritorno dei reperti. I marmi di Elgin, rubati tre anni fa, sono stati venduti al British Museum per 45.000 sterline d'oro. Il ministro greco della Cultura, Evanghelos Venizelos, ha sempre denunciato il furto e ha chiesto il loro ritorno. Tuttavia, il British Museum afferma di averli conservato in condizioni eccellenti e di averli curato con cura.
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