Istituzione decrepita, da decenni ormai priva di una vera funzione culturale, la Quadriennale di Roma (nata nel 1931) ha cercato in questa XIV edizione di rivitalizzarsi in qualche modo dividendosi in tre manifestazioni, le prime due dislocate a sud (Napoli) e a nord (Torino) e la terza che si terrà nel 2005 al centro (Roma). Il progetto è quello di proporre in una prima fase il panorama delle ricerche artistiche delle ultime generazioni (attive dal 1990 in poi) nell'Italia del nord e del sud, per arrivare a una rassegna finale complessiva di confronto fra artisti giovani e artisti con un passato più lungo alle spalle, in ambito italiano, ma con l'aggiunta di artisti stranieri. La mostra al Palazzo Reale di Napoli si è tenuta nel novembre scorso, mentre quella torinese è in corso - fino al 21 marzo - nella storica sede espositiva della Promotrice delle Belle Arti. Quest'ultima presenta ben 95 artisti provenienti da varie regioni settentrionali, scelti da una commissione di critici formata da Beatrice Buscaroli, Luca Beatrice, Flaminio Guardoni, Alessandro Riva e Gabriele Simongini. Il prevedibile risultato di gusti critici diversi è una selezione per forza di cose allargata e poliedrica, senza una vera articolazione criticamente sostenibile. La mostra è divisa in quattro percorsi - «Territori», «Relazioni», «Permanenze», «Realismi» -, che definire generici è poco che espongono lavori diversi: video installazioni; installazioni e assemblages polimaterici, sculture con materiali più o meno tradizionali; molte fotografie di grande formato; qualche proposta di net art; e soprattutto tanti, troppi, dipinti in cui domina una figurazione soprattutto a matrice fotografica. Le sale sono troppo affollate, i lavori sono gomito a gomito non di rado disturbandosi a vicenda. Il mix fra artisti che hanno una loro personalità e altri che sono espressione di un epigonismo abbastanza aggiornato ma deludente, produce un effetto complessivo non particolarmente stimolante. E' soltanto con un po' di pazienza che si possono apprezzare qui e là opere che riescono a emergere per una loro specifica identità estetica. Il lavoro più bello è anche quello più sperimentale. Si tratta di «Virus Biennale.py. Macchina perpetua Auto Disinfettante», un efficace e intelligente esempio di computer art, realizzato dal gruppo 0100101110101101.Org. Si tratta di un'installazione a muro di un hardware con tutti gli elementi interni scoperti e con uno schermo su cui è possibile vedere un processo continuo caratterizzato dall'alternarsi di un programma che si avvia, che viene attaccato da un virus, che a sua volta è neutralizzato da un antivirus che riavvia il programma. Un'operazione concettuale di carattere tautologico e autoreferenziale, che innesca una riflessione di inquietante problematicità. Al polo opposto, da un punto di vista sia tecnico che culturale, si può collocare un bruttissimo olio su tela di Giulio Durini, in cui si vede un uomo nudo sdraiato su una poltrona, con un letto disfatto sullo sfondo e dei resti di un pasto per terra; il tutto dipinto con minuziosa figuratività a matrice fotografica, ma con qualche ambizione pittorica che sta all'incrocio fra un certo verismo alla Cagnaccio di San Pietro e Lucian Freud. Tra i quadri sono interessanti, per motivi diversi, il drammatico calco di corpo nero bruciato di Giovanni Manfredini; le livide figure rossastre che emergono dal buio di Paolo Leonardo; le silhouettes di manichini da sartoria su fondo rosa di Mara Festari; e la fredda pittura grigio-azzurra con cui Marco Neri rappresenta un impossibile volo di aereo tra strutture architettoniche. Piuttosto singolare, di Pietro Caporosso, è il dittico con due immagini identiche di bunker realizzate con l'antica tecnica dell'intarsio, in cui le variazioni sono determinate dalle differenti caratteristiche dei legni utilizzati. Il tema delle costruzioni architettoniche e industriali entra in gioco in vari lavori: con valenze surreali nei dipinti di Francesco de Grandi; con nitida freddezza precisionista nel polittico di Angelo Davoli , nello scorcio di grattacielo di Marco Petrus e nella struttura in ferro di Andrea Chiesi. Paeaggi urbani sono presenti anche nelle grandi foto di Giacomo Costa, che propone un'immagine tesa e deformata dal grand'angolo di un complesso di edifici in costruzione e nelle tre suggestive visioni notturne di Annalisa Sonzogni. Tra i lavori in cui viene utilizzata la fotografia in modo particolare, insieme alla pittura, c'è la serie di cinque foto e un dipinto di Greta Frau, artista enigmatica e molto originale, che presenta una donna di una certa età che si esibisce nelle posizioni fondamentali della danza. Tra le sculture, nell'insieme poco interessanti, spicca per la sua caratteristica aggressività figurativa che si ispira alla Nuova Oggettività tedesca, la «Frau Magda», in terracotta policroma, di Paolo Schmidlin. Le video installazioni collocate in spazi asfittici, sono purtroppo di difficile fruizione. Tra queste si fa notare quella di Giuliana Cuneaz «Punkabbestia», una bizzarra costruzione in metallo dove all'interno sono proiettate immagini che documentano il modo di vita dei punk con i loro feroci pit bull.