Massimina: un recentissimo quartiere oltre il Raccordo lungo la via Aurelia, esattamente dal 10,500 al 15,000 chilometro, nato a partire dagli anni 70 ai margini della città, e che cerca di rinforzare la propria identità partendo dalla valorizzazione delle testimonianze antiche emerse sul suo territorio. E lo fa attraverso un libro intitolato «Archeologi a Massimina» dove sono raccolti tutti i ritrovamenti avvenuti casualmente nel corso degli scavi delle fondamenta di gran parte degli edifici in costruzione. Il libro, presentato nei giorni scorsi nellaula magna dellistituto comprensivo «Mando Martellini» di via Idelbrando della Giovanna, la scuola del quartiere, è stato fortemente voluto dal presidente del XVI Municipio Fabio Bellini e dai suoi collaboratori Francesco Geraci e Cristina Maltese. Lo scopo principale del Municipio - oltre alla conoscenza delle origini del territorio su cui oggi risiedono i cittadini - è di rinforzare lazione in atto e di promuovere la cultura della tutela del paesaggio attraverso unopera di sensibilizzazione partendo soprattutto dalleducazione delle giovani generazioni. «La possibilità di tutelare un territorio - spiega larcheologa. Daniela Rossi, funzionaria della Soprintendenza Speciale per i Beni archeologici di Roma che da ben quindici anni guida lattività di ricerca e di controllo dellarea rispondente al XVI, in particolare per quanto concerne il suo aspetto storico-archeologico - è strettamente collegata al suo livello di conoscenza. Una, buona conoscenza può limitare, nella maggioranza dei casi, un intervento di urgenza tardivo, cioè quando, in fase attuativa, si possono mettere in atto solo misure tese a limitare un inevitabile danno con conseguente perdita di dati». Daltronde, continua la Rossi, «lo stesso abitato di Massimina, nato con modalità totalmente abusive, ha creato negli anni passati serie difficoltà nella gestione della tutela ambientale e archeologica; oggi, al contrario, un regime di sviluppo urbano sia pur ampio e rapido ma regolamentato, consente un maggior controllo e di conseguenza interessanti scoperte». I resti, documentati nel libro in schede, comprendono un periodo lungo oltre mille anni, dalletà del Bronzo medio (come attestato dalle testimonianze dellabitato di Monte Roncione) alla tarda età imperiale come nel complesso residenziale, villa, cisterna e riecropoli, di via del Pascaccio o la Villa di via Tomasino dAmico. La tipologia dei resti varia, dalla villa residenziale suburbio alla villa rustica, dallazienda agricola alla necropoli, da Reperti Molte le testimonianze nel sottosuolo di Massimina tombe isolate a cappuccina lungo la consolare a quelle a camera di Pantano di Grano, allacquedotto di via Cigliutti. E poi tanti oggetti: arredi funerari, vasi di ceramica a vernice nera, lucerne, balsamari in vetro, olle, perfino una statua di un giovane con clamide, il caratteristico mantello corto portato dai giovanissimi di età traianea trovata nel complesso idraulico dei Muracci di Malagrotta. Gran parte dei materiali recuperati e restaurati, a volte grazie a finanziamenti privati, sono in deposito nei magazzini della Soprintendenza annessi al Museo delle Terne di Diocleziano in attesa che venga allestito, come più volte ha ribadito il soprintendente Angelo Bottini, uno spazio, un museo specifico per «le vicende del territorio esterno alle mura aureliane» che raccolga i reperti archeologici trovati in area extraurbana. A tale proposito basti ricordare che a oggi sono una trentina le ville imperiali romane fuori le mura e che solo negli ultimi anni, lungo la via Aurelia sono emerse in prossimità, di Castel di Guido ben due ville del secondo impero: la Villa delle Colonnacce e la villa dellOlivella, entrambe ricche di dipinti, colonne e mosaici.