CÈ UNA PAGINA di storia cittadina che va lentamente sbiadendo, giorno dopo giorno. Brandelli di memoria confusi tra parole damore e di rabbia lungo i muri dei palazzi che cerchiano il centro storico. Zona off limits, proibita alle truppe alleate. Non sono solo graffiti urbani che si mescolano a mille segni tracciati con lo spray. Quelle scritte sono, realmente, parte del tessuto di una città. Testimonianze sempre più opache dei giorni della liberazione, quando le truppe angloamericane erano arrivate a Genova per prendere il controllo della città e del suo porto. E si trovavano a vivere fianco a fianco con una popolazione alla fame. «Quelle scritte sui muri - dice il soprintendente ai beni Architettonici Giorgio Rossini - vanno selezionate e documentate e, almeno qualcuna, va salvata perché fanno parte della storia della città. Se siamo di fronte a testimonianze storiche, non fa alcuna differenza se sono incise sulla pietra o stampate su un muro con la tecnica dello stencil». I problemi pratici non mancano, aggiunge, perché per pitturare un muro non è necessaria alcuna autorizzazione. Ma gli strumenti per evitare che tutto vada perduto non mancano: il primo passo è una "imposizione di conservazione" attraverso un vincolo. Ricostruire la storia di quei divieti equivale a fare un salto indietro nel tempo. «Erano avvisi scritti in inglese dice Raimondo Ricci, già capo partigiano e senatore, oggi a capo dellIstituto ligure di Storia della Resistenza rivolti agli angloamericani. I bassi genovesi, nel centro storico, offrivano molte possibilità di seduzione per i giovani marinai, rispetto alle quali le autorità militari del tempo ritenevano, probabilmente, di dover mettere un freno». Scritte tracciate dai soldati su ordine del comando alleato, uguali in tutte le terre liberate. «Le ho viste a Torino, a Roma - racconta Antonino Ronco, giornalista e storico, nel 1945 volontario del reggimento paracadutisti Nembo, dopo aver militato nelle fila partigiane - in tutti quei quartieri popolari dove il pericolo erano il malcostume e la prostituzione». La caccia al tesoro lungo il filo della memoria è fatta di testimonianze, immagini che riemergono attraverso gli occhi di chi cera. Perché le scritte impresse nel 1945 e rimaste, indelebilmente impresse fino a ieri, vanno scomparendo. «Cerano segnali di divieto in bianco e nero, fino a poco tempo fa, invico San Cristoforo, invico Primo, nella zona universitaria di Balbi - raccontano gli agenti di una pattuglia del commissariato Trè - Ma sono stati cancellati tutte nel corso delle ristrutturazioni del quartiere». Il movimento no global le aveva fatte proprie, quelle indicazioni del passato, tracciando sui muri dei triangoli con la figura di un poliziotto col manganello in mano e la scritta: caution, attenzione. Ma gli originali? Il centro storico è fatto di lusso e degrado. E nelle strade meno curate si trovano i gioielli della storia remota accanto alle testimonianze più povere ma non meno preziose. Eccole, allimbocco dei caruggi che risalgono da Sottoripa verso monte, semicanceliate ma ancora visibili. Sotto i portici di Via Turati, in fondo a Via San Lorenzo: invico Caprettari, invico della Stampa, invico Fornetti. Parole in inglese, rivolte alle truppe angloamericane. «This street off limits to all allied troops», zona interdettaai militari alleati. «Il problema per le truppe alleate - racconta monsignor Luigi Noli, novantanni, oggi rettore del Santuario di Nostra Signora delle Grazie al Molo - erano i furti e le prostitute». Fulvio Cerofolini, ex sindaco di Genova e presidente provinciale deliAnpi, aggiunge: «Tutto il centro storico era precluso agli angloamericani, ricordo in piazza Matteotti. Divieti di accesso, non in rosso ma in bianco e nero, "stampati" sui muri. Per evitare che i militari potessero trovarsi coinvolti in risse o altro». Chi ha raccontato la cronaca di una città sulle pagine del quotidiano dei liguri, ripesca dagli archivi tanti piccoli episodi, indizi di un clima che oggi appartiene alla memoria. «Il comando americano aveva dato indicazioni precise per proibire lingresso nel centro storico ai militari alleati - racconta Sergio Paglieri, giornalista del SecoloXIX era il 1945, poi per anni il problema si è prolungato per la presenza dei marinai che, per la "mala" dei vicoli, erano un obiettivo facile. Ed è capitato anche che ci scappasse il morto: in via Prè, negli anni 50, un americano volò giù dal primo piano di un palazzo». Dagli appunti del cronista escono fuori luoghi e date: «Via Gramsci, 17 settembre 1948: "colossale rissa". Lanno dopo, 16 luglio, "arriva in città la marijuana"». E poi, sette settembre: "arrestato a Prè il re delle tre tavolette". Ovvero, la più classica delle truffe in strada, importata nella Genova dei napoletani che avrebbe incoronato, da lì a poco, come sua regina Carmela Ferro "Marechiaro", signora incontrastata della mala dei vicoli dal 1970 ai primi anni del Duemila. Marechiaro se nè andata nellottobre di quattro anni fa, salutata da una folla improbabile e colorata nella chiesa di San Sisto. Le scritte sui muri che delimitano la zona off limits del 1948, invece, sono ancora lì.