A Capodanno Giulio Tremonti si darà gli auguri da solo, rileggendosi la sua Legge Finanziaria, la prima leggera: senza espropri di Teatri, senza creazione di Authority, senza interstizi in cui calare nascoste spese e ambigue norme di cui è ricca la legislazione italiana sapientemente costruita da diversi Governi, con colpi di mano sindacali, fantasie di Ministri, farneticazioni di burocrati, ambizioni di politicanti. Nel 2009 Tremonti sarà più solo perché avrà contro tutti: Regioni, Comuni, Università, Ministeri ricchi come la Protezione civile (ormai un Ministero e qualcosa di più) o poveri come quello dei Beni e attività culturali. La crisi impone scelte e la coperta è corta. Non credo sì commuoverà per i pianti sinuosi del Ministro Bondi che si è visto tagliare del 30 il suo budget. Eppure proprio sulla cultura, Bondi ha delle carte da giocarsi, però diventando... meridionalista. Soldi freschi non ce ne sono, ma al Sud cè il tesoretto dei Fondi comunitari, una parte di questi può essere ben investita in cultura (beni e attività). Naturalmente lo sa bene Tremonti che infatti anche con la sua Banca del Sud (ma ce nè proprio bisogno?) vorrebbe poter manovrare risorse senza incorrere negli sprechi denunciati dalla stessa Comunità. Allora cè unoccasione per buttare sul tavolo la cultura come fattore di sviluppo, posta attiva della new economy. Infatti non si aprirà più unaltra Italsider, il petrolio in Basilicata potrà creare assistenza per i residenti, poco sviluppo di futuro. Il Sud potrebbe puntare qualche euro sulla cultura anche se, poi, cè il concreto timore che alla cassa passino a riscuotere i soliti noti, i protagonisti del contributo, i furbetti del quartierino culturale. Bisogna, invece, prendere la cultura sul serio, perché prima di produrre la cultura ha bisogno di investimenti, di programmi seri non di «Accordi Quadro» nazionali dalle incerte cifre e dalle incerte, magniloquenti bugie. E quindi bisogna cambiare la politica fin qui seguita, assistenziale, di rimessa, corporativa, con molti organismi collegati che ci campano sopra. Riscriviamo, fin quando siamo in tempo, regole vecchie, progetti superati dalleconomia di crisi. E se cè la proposta di un "Super Manager" per i musei e le grandi mostre, si discuta, non si dica subito no. E che la cultura sia giovane! La new economy può anche essere culturale? E possibile perché se gli addetti allo spettacolo in Italia dovrebbero aggirarsi intorno alle 250mila unità (un dato certo è che i pensionati ENPALS nel 2006 erano soltanto 59mila), lindotto dello spettacolo moltiplica molte volte quella cifra perché pure il regno delle ombre, il teatro, vede oltre le quinte una folla di lavoratori: un mondo di cartapesta ha bisogno di un popolo di cartapestai. Il Mezzogiorno dovrebbe investire in cultura specie nelle infrastrutture materiali (la Calabria è ancora oggi senza Teatri e architetture preziose sono in rovina) ed nelle infrastrutture immateriali (correndo il rischio che diventino strumenti del sottogoverno della politica). Si rivedano, dunque, i datati "Accordi Quadro" tra Ministero e Regioni con nuovi progetti ed un attento accertamento delle effettive risorse, fondi della Comunità europea, fondi ministeriali, regionali, degli enti locali. Oltre ad un raffronto con gli investimenti delle Fondazioni bancarie e degli sponsor privati (come auspicato dal presidente commissione cultura di Confindustria, Alessandro Laterza). Privati presenti per il Teatro alla Scala (ben 18,4 milioni di euro nel 2007) ma in fuga dagli investimenti culturali al Sud. Molte attuali allegrie spenderecce che si basano su quei fondi cesseranno nel 2013, speriamo senza lasciarci un panorama di macerie! E allora urgente un confronto interregionale tra Regioni e governo, perché scegliere, nel 2009, la cultura per investire potrebbe essere una idea non ....effimera!