Il caso2. Struttura poco collegata e priva di ogni servizio Un italiano che volesse ammirare da vicino i fasti della scultura classica greca non ha bisogno di arrivare ad Atene: Reggio Calabria ospita, infatti, i celeberrimi bronzi di Riace, forse la più sensazionale scoperta di archeologia sottomarina del Novecento, due opere sulla cui paternità qualcuno, anni fa, tirò addirittura in ballo il grande Policleto. Se non fosse per il fatto che raggiungere la capitale ellenica - mettiamo il caso - da una città del Nord del Paese, è molto più agevole e "stimolante" che recarsi nel capoluogo calabrese. In quest'assunto c'è probabilmente il principale motivo per il quale un capolavoro d'arte figurativa, con poche analogie al mondo, in sei mesi riesce a catalizzare l'interesse di appena 65mila persone. Tante sono le visite che il Museo nazionale della Magna Grecia, dove sono esposti i bronzi, ha avuto da gennaio a giugno 2008, dato caratterizzato da una flessione di 7,6 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. A voler guardare il bicchiere mezzo pieno, c'è da dire che gli introiti della struttura valgono circa l'80 del totale delle entrate di tutto il patrimonio culturale calabrese, ma occorre davvero essere inguaribili ottimisti: poco meno di 69mila euro incassati (l'11,5 in meno a confronto con la performance 2007) sono infatti quasi un quinto delle entrate del Museo archeologico di Napoli. Al di là di qualsiasi valutazione sul crollo dei consumi dovuto agli effetti che la crisi finanziaria internazionale sta avendo sull'economia reale, le ragioni della marginalità dei numeri che caratterizzano il principale attrattore culturale della regione vanno cercati in tre direzioni: la scarsa accessibilità logistica, la mancanza di iniziative di valorizzazione del sito e l'assenza di un'offerta turistica complessa sul territorio. Dalla Soprintendenza ai Beni archeologici della Calabria, retta da Caterina Greco, non arrivano commenti ma chi ha investito in turismo è sul piede di guerra. Vittorio Caminiti, imprenditore alberghiero reggino nonché presidente regionale di Federalberghi, non usa mezzi termini: «Più che un'importante istituzione culturale contenente i principali reperti archeologici della Magna Grecia, quello di Reggio sembra un museo delle tradizioni pastorali di provincia: l'allestimento è approssimativo, non ci sono targhe illustrative ma fogli A4 stampati al computer e attaccati ai muri con qualche scarna indicazione ai turisti. Questi ultimi prosegue Caminiti si presuppone che siano italiani, dal momento che l'inglese non viene utilizzato neanche per sbaglio». Stessa impressione a consultare il sito web del museo, "under construction" dal 2005 e, neanche a dirlo, tutto in italiano. «Tutto ciò fa rabbia dice ancora Caminiti perché il patrimonio è immenso. Piuttosto che valorizzarlo, le istituzioni lo mortificano. Perché, per esempio, non si crea un circuito turistico tra le antiche città della Magna Grecia?». Domanda leggitima alla quale, purtroppo, nessuno risponde.