Venti per cento in meno: i consumi sotto Natale sono scesi di un quinto rispetto all' anno scorso. è il primo dato concreto col quale provare a misurare le spire della crisi. Piuttosto impressionante per quantità, tutto da decifrare per qualità: se siano anche serene scelte di sobrietà o la pura, evidente costrizione a guidare il secco passo indietro dei consumatori, sarà materia di dibattito per chissà quanti mesi o anni. Di certo c' è che l' ottimismo suggerito dal premier come rimedio, e anche come riaffermazione di orgoglio mercatista, non sembra fare presa. O perché non poteva farla, essendo vuote le tasche, o perché vuota è l' idea che questa crisi sia solamente psicologica, e superabile con un trallallà. Dovendo escludere che la colpa sia di consumatori neghittosi, evidentemente il clima è tale da costringere uno strato assai vasto di italiani a rifare seriamente i conti, non solo economici, con il rapporto tra denaro e cose, e tra i bisogni e la loro soddisfazione. Se per esempio capita, come è capitato, che gli alimentari siano il solo settore in leggera crescita, mentre l' abbigliamento, i gadget, i doni costosi ripiegano bruscamente, forse vuol dire che siamo forniti di una pur vaga grammatica dei consumi. Risuddivisi, dopo anni di magma indistinto, in ciò che è primario e ciò che è secondario. In ciò che nutre e in ciò che zavorra. Registra un notevole boom, per esempio, la vendita diretta dei prodotti agricoli, la ricerca di quel cibo "buono, pulito e giusto" che il profeta delle Langhe Petrini, anche su questo giornale, propugna come metodo (anche politico) di emancipazione dalle catene, a maglie infinite, della grande distribuzione. Poco quaresimali, nella sostanza, sono rimaste le tavole italiane, festose come sempre, e dunque "psicologicamente" non ostili agli auspici gaudenti del premier. La stretta leva ossigeno, invece, a un settore nevralgico come quello manifatturiero, alle case di moda, ai negozi glamour: e saranno dolori per i lavoratori di quelle aziende. Che non sia, questo del calo nell' abbigliamento, anche un segnale culturale, è molto improbabile. Lo è, nel senso che decreta, magari, la ricerca di uno "stile" non più solamente basato sull' incetta di griffe, ma anche nella sostanziosa scelta del nutrimento, che è anche, in questo paese, una forte scelta di socialità. E sarà interessante vedere, nei bilanci di fine feste, quanto avranno perduto (oppure no) i consumi culturali, cinema, teatri, concerti e soprattutto librerie: tra gli editori, qualcuno ha predetto che il libro potrebbe essere un surrogato molto economico e però gratificante di una vacanza disdetta, di un viaggio troppo caro. Capiremo presto se ha avuto ragione o è stato troppo ottimista. Nella crisi, del resto, stiamo entrando tutti a tentoni. Divisi tra l' angoscia della disoccupazione, delle povertà inevitabilmente lievitanti, della penuria che a nessuno piace, e la speranza non così vaga che la mazzata aiuti a ragionare meglio su consumi ultimamente drogati esattamente come il credito. Si può dimagrire, del resto, per malattia o per salute. Il problema serio è che il dimagrimento, quasi certamente, sarà una scelta per chi ha margini di manovra, e una ulteriore condanna per chi già remigava a fatica negli strati bassi del reddito. Perché tra le altre cose, l' incipiente depressione serve a ricordarci che viviamo, oltre che in una società di consumatori, in una società divisa in classi, con una difformità di reddito decisamente aumentata negli ultimi vent' anni. E per i poveri, dunque, sarà necessità ciò che per i ceti protetti può diventare virtù: rinunciare a qualcosa.
Consumi - Un nuovo rapporto tra denaro e desideri
I consumi in Italia sono scesi del 20% rispetto all'anno scorso, il primo dato concreto della crisi. Questo calo è stato notato in tutti i settori, tranne che per gli alimentari, che hanno registrato una leggera crescita. La crisi sta costringendo gli italiani a rifare i conti con il rapporto tra denaro e cose, e a scegliere tra bisogni e soddisfazione. Il calo nell'abbigliamento e nei gadget è stato particolarmente significativo, mentre la vendita diretta di prodotti agricoli è aumentata. La crisi sta anche colpendo i settori manifatturiero, moda e negozi di lusso, che perderanno lavoratori.
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