Quanto alla cultura torinese e piemontese, il settore che sullonda dellubriacatura olimpica fu gonfiato e pubblicizzato a dismisura, i tagli imposti dalla crisi degli enti locali e dalla scure di Tremonti la stanno ridimensionando al di sotto dei livelli di guardia. Che cosa non ha funzionato dunque? Il fato avverso, il crac delleconomia mondiale imprevisto e imprevedibile, linimicizia del berlusconismo romano verso una città da sempre ostile al centrodestra (ve li ricordate i fischi dello Stadio Olimpico contro il Cavaliere?), lintransigenza dellassessore al Bilancio del Comune di Torino poco incline, rispetto al suo dissennato predecessore, a concedere finanziamenti spropositati per coprire le megalomanie dei suoi colleghi che si occupano di luminarie e di intrattenimento. Tante le cause possibili, le responsabilità più o meno veritiere, le spiegazioni capaci di tacitare per qualche giorno questa o quella polemica. Ma forse è giunto il momento di interrogarsi se tutto questo non trovi le sue ragioni in qualcosa che affonda in quegli stessi anni durante i quali lavventura olimpica fu conquistata e progettata. «Non accadrà più, come per Italia ?61, che la città si ritrovi disseminata di edifici e impianti abbandonati e senza un ruolo - disse il sindaco Valentino Castellani, poche ore dopo lassegnazione dei Giochi invernali - Vigileremo perché non nascano altre cattedrali del deserto». Una promessa mantenuta oppure no? Il simbolo di quella scommessa fu il recupero proprio di uno degli edifici di Italia ?61, il Palavela ridisegnato da Gae Aulenti: ma oggi che cosa lo differenzia dallinutilizzo della vecchia struttura sorta per le celebrazioni dellUnità dItalia? E quanti sono i giorni durante i quali, in un anno, funzionano il PalaIsozaki e lOval? Quanto è costato allestire i "gianduiotti" di piazza Solerino e quanto costerà smantellarli e che ne sarà del palco milionario della Medals Plaza dimenticato in un magazzino? Quanto agli impianti di montagna, lesempio del Sestriere e della Via Lattea è emblematico: in quante altre località del mondo che hanno ospitato i Giochi invernali, loblio sportivo è così tombale come in Val di Susa? La classe dirigente che organizzò le Olimpiadi (anche se negli ultimi mesi fu decisivo, contro ritardi e incapacità torinesi, il "commissariamento" di Mario Pescante e di Cesare Vaciago) ha subito destini contrastanti e divisi. I giovani talenti e i "cervelli" del Toroc sono stati messi da parte e costretti alla fuga per cercare nuovi posti di lavoro e nuove occasioni, i notabili scelti dalla politica e dalla Fiat (quelli che resero indispensabile larrivo di Pescante e di Vaciago) sono stati ricompensati invece con altre poltrone e altri incarichi. Magari persino come responsabili degli enti che dovrebbero garantire il riutilizzo e la promozione del postolimpico: con i risultati che il tonfo del Sestriere e la mestizia del Palavela imbellettato rivelano impietosi. La cultura, invece, si dilania e si scontra nel cercare colpevoli e responsabili della propria povertà e del proprio ridimensionamento. Senza che a nessuno passi per la mente (con lunica eccezione del sindaco Chiamparino) che mentre calano i consumi e aumentano le soglie di povertà, diventa doveroso accettare che a farne le spese sia proprio la cultura prima dellassistenza. E senza che nessuno accetti lautocritica di una città spinta in quel settore oltre ogni limite oggettivo della propria capacità di attrattiva turistica e di consumo culturale. Tutto è stato esagerato, ingigantito, moltiplicato ed esaltato al di là di una reale economia del mercato culturale: oggi diventa così impossibile, tenuto conto anche degli sprechi precedenti (quante stagioni del suo Stabile riuscirebbe a finanziare, presidente Christillin, con gli oltre dieci milioni di euro dilapidati per il "Domani" di Ronconi?), non solo dispiegare ulteriormente quelle politiche aggressive e megalomani, ma addirittura garantire la sopravvivenza di ciò che già esiste. Così, mentre lex direttore della Gam pronuncia invano le sue critiche a un gestione autoritaria e senza prospettiva della Galleria dArte Moderna, la presidente della Fondazione dei Musei annuncia che, di fronte ai tagli, presto non garantirà più lapertura delle sale e delle esposizioni (e che fine faranno, allora, gli stipendi dei dipendenti?). Castellani, però, lo aveva giurato: «Non faremo come per Italia ?61?». Tre anni dopo, la verità impietosa ha fatto giustizia di quelle promesse da marinaio.