Secondo il geografo veronese, l'ambiente è un sistema di segni da leggere e ogni modifica provoca sconvolgimenti Torna in libreria il famoso saggio di Eugenio Turri: il disagio dell'uomo nasce dallo «spaesamento» «Il paesaggio non è più un fatto da contemplare, guardare fuggevolmente, ma un sistema di segni da leggere, un discorso da ascoltare nelle sue ragioni profonde». Così scriveva nel 1974 il geografo veronese Eugenio Turri, nel volume Antropologia del paesaggio. Non un libro di geografia, ma il saggio di un geografo «fuoriclasse », come lo definisce Franco Farinelli presentando la nuova edizione Marsilio (292 pagine, 26 euro), e per questo già allora destinato a divenire un classico degli studi sul paesaggio. Nella confusione odierna alimentata dalla sovrapposizione degli approcci delle varie discipline (geografia, architettura, storia dell'arte, letteratura), che raramente si integrano, la sintesi magistrale di Turri risulta a maggior ragione indispensabile per ogni discorso (anche operativo) sul paesaggio. Il merito di Turri, autore di altri testi fondamentali come Semiologia del paesaggio italiano e La megalopoli padana, è anzitutto quello di aver introdotto un'idea dinamica del paesaggio, cioè di avere dimostrato che il paesaggio non si esaurisce in un dipinto, in una veduta romantica o in una foto, ma consiste in una nervatura fittissima di relazioni temporali e spaziali che superano le cornici e i margini della singola visione estetica per formare un discorso che dalla dimensione locale si amplia a toccare àmbiti regionali, continentali, globali. Con una trattazione rigorosa e al tempo stesso suggestiva, persino lirica in alcuni tratti (specie quando parla dei cari Monti Lessini, suo «territorio-laboratorio»), nutrita dai succhi di diverse discipline (storia, economia, arte, antropologia, semiologia), Turri ci insegna che i paesaggi sono pellicole fragili e preziose ma tutt'altro che superficiali; sono sedimentati in loro milioni di anni di trasfomazioni geologiche e millenni di attività umane: per questo dovrebbero sempre rappresentare un punto di equilibrio tra natura e cultura (intendendo per cultura i modi e l'organizzazione che l'uomo si dà adattandosi a un ambiente). Il paesaggio è il primo orizzonte percettivo in cui l'uomo colloca e riconosce se stesso; nel paesaggio egli legge i segni che ha inscritto, con la sua attività, nell'ambiente. Guardando il paesaggio che abita e che ha contribuito a costruire, una cultura impara a conoscere se stessa: per questo, spiega Turri, ogni modificazione troppo rapida e violenta del paesaggio, o imposta da culture che non lo conoscono e non lo hanno studiato, provoca sconvolgimenti e disagi sociali e individuali. Un disagio causato anche dalla «mancanza di comunione dell'uomo col paesaggio» - si può parlare non a caso di «spaesamento» - è tipico secondo Turri di alcune realtà degli Stati Uniti; oggi, per l'Italia, e in particolare per il Veneto sconvolto dai cambiamenti repentini del boom economico, queste idee sono verificabili per esempio nei racconti di Vitaliano Trevisan, che spiegano il disastro della generazione degli anni Sessanta, massacrata negli Ottanta dall'eroina, anche alla luce di una improvvisa irriconoscibilità dei propri paesaggi. Turri, da buon geografo e geologo, non usa toni apocalittici ma avverte chiaramente i pericoli creati dallo sconvolgimento del paesaggio e da qualsiasi intervento che ignori - a vantaggio della speculazione e dell'egoismo individuale - gli equilibri e la storia sedimentata in ogni piccola parte di territorio. Nella sua concezione, un paesaggio - anche intatto - non è mai fermo ma vive nella continua evoluzione del tempo geologico e storico: Turri non è affatto quindi (come non lo è Zanzotto, uno dei suoi più noti estimatori) un fautore dell'immobilismo e della tutela museale del paesaggio, ma uno studioso che ha intuito che l'armonia del rapporto uomo- paesaggio è imprescindibile per l'equilibrio di una cultura. Il suo libro educa, a partire dalle bellissime foto scattate durante i suoi viaggi intercontinentali (dal Sahara all'Australia, avendo sempre per bussola i Monti Lessini), a capire l'uomo attraverso le immagini del paesaggio, di cui interpreta capillarmente i segni. Un metodo affascinante che già 34 anni fa indicava con precisione i termini di una sfida moderna: comprendere l'uomo a partire da paesaggi locali sempre più percorsi dalle interferenze e dal ronzio del mondo globale. Matteo Giancotti
VENETO - Eugenio Turri. Il filosofo del paesaggio
Il geografo veronese Eugenio Turri ha scritto il libro "Antropologia del paesaggio" nel 1974, in cui introduce l'idea di un paesaggio come un sistema di segni da leggere e un discorso da ascoltare. Turri sostiene che il paesaggio non è solo un fatto estetico, ma un'entità dinamica che supera le cornici della singola visione estetica per formare un discorso che si amplia a toccare àmbiti regionali, continentali e globali. Il suo libro è una sintesi magistrale che risulta indispensabile per ogni discorso sul paesaggio, anche operativo.
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