La bulimia di mostre che invade il nostro paese è certamente segno di una grande vivacità sia economica che culturale: economica perché una mostra costa oggigiorno fior di quattrini, culturale perché è una testimonianza d'interesse per l'arte antica, moderna e contemporanea. Ma se sfogliamo soltanto il calendario che mensilmente pubblica il '"Giornale dell'Arte" ci accorgiamo che la produzione di mostre merita una più attenta osservazione. Ho contato che tra ottobre e dicembre sono in corso in Italia 268 mostre di gallerie pubbliche e private, distribuite dalla Valle d'Aosta alla Sardegna, dalle grandi città ai più minuscoli centri. Sarroch, provincia di Cagliari, ha una mostra di incisioni di Goya; a Matelica, provincia di Macerata, si celebra l'antico popolo dei Piceni. Ora, dato per scontato che i privati sono liberi di organizzare tutte le mostre che vogliono ( ma essi per larga parte sono esclusi dal numero sopra indicato), il problema più delicato riguarda la larga fascia di mostre prodotte da pubbliche istituzioni. In Italia sono ben attivi il ministero dei Beni culturali con le soprintendenze, con esse le regioni, le province e i comuni con assessorati preposti che operano con danaro pubblico o (sempre meno) raccolto tra gli sponsor. A questo punto c'è da chiedersi quante sono le mostre che tra alcune centinaia sono frutto di un serio lavoro di ricerca? Quante quelle che superano la soglia non dico dell'eccellenza, ma della decenza? A occhio direi il 20 per cento. Questo significa che uno scialo di risorse senza briglie e senza freno schiuma per ogni dove senza un'intelligenza ordinatrice: detesto l'idea del MinCulPop, ma mi sembra il caso che un paese come l'Italia meriterebbe almeno un po' d'ordine che razionalizzi le iniziative. Partiamo dalle mostre promosse dalle soprintendenze: spesso non nascono da un lavoro sistematico sul territorio, sono iniziative dettate dall'arbitrio del sovrintendente di turno che sceglie secondo il suo gusto e le proprie reti di relazioni in Italia e all'estero. Ciò comporta che in contemporanea, o a distanza di pochi mesi, ci possano essere per dire due mostre su Caravaggio, nome sempre gettonato, che si fanno la concorrenza e si rubano i prestiti più prestigiosi e impegnativi. Per ovviare a questo disordine non è necessario invocare dirigismo ministeriale, ma creare un tavolo d'intesa presso il ministero dove periodicamente, e con largo anticipo, le soprintendenze facciano pervenire le loro proposte almeno biennali in modo che si possano programmare le iniziative. Se ci sono due mostre su Cara vaggio se ne fa una facendo convergere sulla sede che ha maggiore appeal le energie economiche e intellettuali. Questo a maggior ragione vale per quelle mostre che vengono "comprate" à la carte: cioè esportate in Italia così come esse sono concepite a Parigi o a New York. Una forma di colonialismo ingiustificato su cui richiamai l'attenzione del ministro Francesco Rutelli e dei convenuti all'incontro bilaterale Usa-Italia, che si tenne all'American Academy in Rome per la restituzione di celebri opere d'arte antica involate negli Stati Uniti, da cui nacque la bella mostra al Quirinale. Lo Stato pertanto deve svolgere una funzione di calmiere e di selezione perché si abbia un calendario condiviso che possa essere l'offerta della Bella Italia ai suoi cittadini e ai suoi ospiti. Ma compito precipuo delle soprintendenze non è quello di sfornare mostre a go-go, ma piuttosto occuparsi del territorio geograficamente definito che ricade nelle loro competenze. È andazzo corrente che il controllo minuto di beni mobili e immobili venga trascurato a vantaggio delle mostre: l'Italia è una rete di pievi, di chiese, di palazzi, di cicli affrescati, di opere d'arte mobili che meritano un'attenzione continua. Ma se i soprintendenti fanno convergere risorse economiche, intelligenze e personale ad organizzare mostre temporanee, per la manutenzione ordinaria del patrimonio d'arte e archeologico minutamente diffuso sul territorio restano le briciole: sia in termini economici che umani. Ogni soprintendente riceve dalla mostra-mania visibilità pubblica, viaggia come una trottola per il mondo a prendere opere o, assai più frequentemente, ad accompagnare le opere in prestito. La generosità con la quale le soprintendenze prestano opere prestigiose ai quattro angoli del mondo non ha equivalenti. Prestiamo di tutto: da Leonardo a Caravaggio, da Tiziano a Canaletto non sempre per la rilevanza scientifica delle iniziative, ma per motivi commerciali e turistici e a volte politici. Qui la responsabilità dei vari ministri clic nel tempo si sono succeduti ai Beni culturali e clamorosa: essi non hanno nessun potere decisionale, ma esercitano la loro pressione nei confronti del soprintendente che il tal caso è un re travicello. Francis Haskell, grande studioso del collezionismo e grande amico dell'Italia, scrisse nel 1990 sulla "New York Rewiew of Book" una reprimenda per lo scialo di prestiti dell'Italia; denunciò con veemenza la scelta di consentire che il "Festino degli dei" di Bellini, uno dei grandi capolavori della pittura europea, fosse dato in prestito a una mediocre mostra negli Stati Uniti. Haskell manifestava tutta la sua apprensione perché un'opera cosi importante e delicata dovesse subire un viaggio oceanico e scriveva: «Si può sostenere che in circostanze eccezionali questa preoccupazione possa essere messa a tacere, ma quando la decisione di concedere in prestito dei dipinti deriva da considerazioni di politica internazionale... la preoccupazione deve trasformarsi in indignazione». Parole sante: indignazione che fa il paio con quella generata dall'assenza nella splendida mostra su Giovanni Bellini ora alle Scuderie Quirinale della "Trasfigurazione'", opera in perfetto stato, negata dal Museo di Capodimonte che dista 198 chilometri da Roma. L'arbitrio del soprintendente in brevis è sovrano. Haskell, in un libro bellissimo di saggi, "La nascita delle mostre" (Skira), notava con amarezza che spesso i musei erano chiusi o semichiusi o non avevano un catalogo perché ingolfati nel business delle esposizioni temporanee che è la via più semplice per garantirsi risorse e pubblicità. Da allora le cose sono peggiorate: Jean Clair in "La crisi dei musei'" (Skira) rincara la dose e l'aggiorna all'era della globalizzazione. Lo Stato ha il dovere di mettere ordine, deve tutelare il proprio territorio, deve schedare e restaurare il patrimonio di cui è custode, deve insomma promuovere una immensa ricchezza con un lavoro capillare che è divenuto una Cenerentola a petto della mostra-mania. Se dallo Stato passiamo ai comuni, alle province e alle regioni, il quadro si presenta ben più catastrofico: perché gli assessori - salvo rare eccezioni - non hanno alcuna competenza tecnica, sono peones senza arte né parte al servizio del sindaco o del presidente di turno. Fanno e disfano seguendo criteri che sono di pura convenienza elettorale: spesso non sono neanche eletti del popolo, ma a nome del popolo scialano risorse pubbliche in assoluta libertà pur di compiacere il potente di turno.
L'Espresso
24 Dicembre 2008
Mostre prêt à porter
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Cesare De Seta
L'Espresso
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