Si riapre il discorso sulla conoscenza dei beni artistici E' ormai opinione riconosciuta fino alla noia che la ricchezza più redditizia della nostra epoca sia un bene immateriale, cioè la conoscenza- Non solo come possesso degli strumenti che la dettano, ma anche dal punto di vista dell'accesso, della necessità di promuovere e potenziare i luoghi dai quali essa si trasmette e si comunica (grande scoglio: come salvarsi dalla perdita della memoria?). Archivi, biblioteche e musei, ai quali ultimi la Provincia ha ora dedicato una 'cartoguida '. Compito lodevole, come si suol dire, se si considera che Bologna e il suo territorio di istituzioni museali ne assommano ben 99, con una varietà dì temi che il 'prontuario ' attesta subito. La prima riflessione da fare deriva dal fatto che di quei 99, ben dalla Provincia 53 musei sono in città, e sono quelli 'grossi'. Doveroso, allora faccio qualche esempio puntare i fari, sul Museo Bargellini di Pieve di Cento, o sulle quadrerie di Imola, o sull'archeologico di San Lazzaro appena rinnovato, per capire quanto la definizione di 'museo diffuso', su cui da tempo sta lavorando l'Istituto Beni Culturali, corrisponda alla natura del patrimonio museale non solo della nostra provincia, ma dell'intera Emilia-Romagna. Che pur tra punte assolute Parma, Ravenna, e prima ancora la magica Ferrara ha la sua forza distintiva in una una rete museale che avvolge anche i centri minori, e non ne espone solo l'arte ma il tessuto sociale e produttivo. L'antropologia. Ho detto rete: e questa è la sfida che sta di fronte. Nel 1998, un sondaggio sulla conoscenza dei monumenti di Bologna da parte dei suoi cittadini, vedeva i musei in coda. Non sarà più così, certo. Ma se qui, da noi, il museo diffuso è la cifra di identificazione soprattutto in chiave di bene turistico bisognerà pure che sia diffusa anche l'informazione che se ne da, e il piano che si mira ad attuare. Nel linguaggio dell'industria si chiamano sinergie. Nessuno scandalo a usare il termine anche a proposito dei musei. E ad applicarlo.