Appena due giorni fa il sindaco Sergio Chiamparino ha affrontato di petto la «vexata quaestio» dei finanziamenti pubblici alla cultura ricorrendo al suo ormai quasi proverbiale buon senso. E dopo aver ribadito che è finito il settennato delle vacche grasse, il sindaco ha estratto il coniglio dal cilindro: non possiamo più finanziare tutto, dobbiamo scegliere. Ma per scegliere, ci siamo detti, un campionario può essere utile. Così ci proviamo. Con linchiesta che parte oggi, vigilia di Natale, non per caso, Repubblica cerca di presentare e squadernare il catalogo delle attività e dei progetti avviati o sostenuti con denaro pubblico, una sorta di Postal Market della cultura: prodotti, prezzi, spese di spedizione e ricavi compresi. Tra cui scegliere, appunto, che cosa salvare e che cosa sospendere o cancellare, senza troppe critiche a ciò che è stato programmato e finanziato in un periodo - quello post-olimpico - durante il quale era necessario cavalcare londa lunga della visibilità internazionale acquisita da Torino e dal Piemonte grazie ai Giochi del 2006. Certo, qualche iniziativa ci ha lasciati stupiti, a volte interdetti, ma data la premessa che ci siamo imposti, il giudizio va sospeso. Oggi il punto non è recriminare, ma discernere. In gioco ci sono alcuni fenomeni culturali importanti che vanno tutelati, sostenuti, in certi casi rilanciati. E che invece - si è detto e scritto - rischiano di essere addirittura dimezzati, ridotti a cadenza biennale: è il pericolo che hanno corso «Torino Film Festival», ma anche il «Salone del Libro», ovvero i due eventi che da anni garantiscono alla città una vetrina internazionale e che hanno contribuito a modificare nellimmaginario collettivo il profilo di Torino: non più soltanto città del «fare», ma anche del «pensare». Questo per sottolineare che non è nelle nostre intenzioni privare proprio la cultura, in questa fase di crisi globale, degli alimenti per la sopravvivenza, anzi esattamente il contrario. Perché, piaccia o no, il «ramo cultura» rappresenta oggi per Torino e il Piemonte, una delle «aziende» più importanti. E anche questo il senso dellinchiesta: accertare e segnalare qual è il peso economico della cultura, quanti sono i lavoratori del settore, quale indotto, quante spese, quanti ricavi. Sono tutti dati pubblici, nulla di segreto. Cifre sulle quali tuttavia, in periodo di carestia, con buchi di bilancio e sofferenze economiche in tutti i settori produttivi e dei servizi, pubblici e privati, vale la pena - anzi è inderogabile - ragionare. E intervenire, senza ideologie e pulsioni demagogiche: oggi, per intenderci, nessuno può dire, neppure dai banchi dellopposizione, che niente va tagliato, Scegliere si deve, purtroppo. Largheggiare non si può più, figuriamoci sprecare. Perché fuori dai musei, cè in più - adesso - una città che soffre e che baderà poco al cibo per la mente se non sa cosa troverà in tavola il giorno di Natale. Per questo ora, se mai prima se ne fosse sentita la necessità, si pone a maggior ragione una questione etica della spesa pubblica. Ecco dunque il catalogo, scegliere i prodotti non spetta a noi.