Ieri mattina il primo sopralluogo nel teatro ricostruito. Tra proteste e rivendicazioni Secondo i proprietari i lavori "sono difformi" dal progetto approvato Di sicuro non cè più lo spazio per la barca, quella che lavvocato Giannattasio - come ha raccontato lex gestore, Ferdinando Pinto - usava tenere in un locale sotto il palcoscenico. Così come sono finiti i tempi del lavaggio («i giapponesi lo fotografavano pensavo fosse un servizio offerto dal teatro» ricordava sempre Pinto) o del distributore. Oggi il Petruzzelli è semplicemente un teatro. «Ma ci sono troppe difformità rispetto al progetto allegato al protocollo dintesa nel 2002» spiega lavvocato Ascanio Amenduni. Ieri i proprietari del Petruzzelli sono ritornati nel nuovo teatro: libri alla mano, ricordi in gola, hanno rivisto la loro creatura rivivere negli stucchi, colorarsi di velluti e soprattutto ridursi negli spazi. Non quelli destinati allo spettacolo ma quelli riservati ai locali commerciali: dal vecchio salone da barbiere, al Bottegone fino al Circolo unione, le metrature si sono fortemente ridotte per fare spazio ai nuovi sistemi di sicurezza (porte anti incendio, uscite di sicurezza eccetera) ma anche alle pertinenze del teatro. «È accaduto quello che temevamo» continua Amenduni. «Nonostante noi li avessimo diffidati a farlo, essendo pendente un ricorso in corte Costituzionale, hanno cambiato il progetto - dice lavvocato - come se il teatro fosse di proprietà loro non pensando ai diritti dei proprietari. Quello in fitto al parrucchiere è inutilizzabile perché hanno realizzato unuscita di sicurezza mentre il circolo unione ci ha fatto già delle obiezioni sulla grandezza dei loro locali. Lì cerano dei contratti di fitto sulla base di superfici che oggi non esistono più». Che succederà allora? «Ora vedremo. Ci sono una serie di possibilità: per quanto riguarda il parrucchiere, penso sia possibile spostare quelluscita di emergenza. Per gli altri casi forse bisognerà rivedere un attimo le cifre prestabilite salvo che non sia la stessa Fondazione a prendere in fitto i locali. Vedremo» dice Amenduni. Che poi chiarisce: «Intendiamoci, però, questa dei locali è un problema che si può assolutamente risolvere. Non sarà una pregiudizievole per lapertura del teatro: appena il ministero dirà che il teatro sarà pronto, firmeremo il contratto con la Fondazione. Su queste cose metteremo alcune riserve». Amenduni parla in mezzo alla platea mentre le signore Messeni Nemagna sfogliano vecchi libri e guardano agli stucchi. «Questo non è il nostro teatro. Assomiglia». Avevano detto i tecnici: «Il Petruzzelli oggi è Las Vegas: è identico alloriginale ma non è loriginale». Indica Francesco Garibaldi, accanto cè sua madre: «I colori sono diversi, ci sembrano più tenui come differente è il rosso della facciata. E poi cè uno scempio intollerabile». Il riferimento è alla data: «Quel 2008 scritto sul palco è un affronto intollerabile alla storia di questo teatro». «Sono già pronte le altre targhe» dicono dalla direzione lavori. «Non le abbiamo ancora viste» risponde Garibaldi. Che incalza: «Una cosa è certa da questo sopralluogo: il fatto che il teatro fosse finito era una bugia. Noi ieri abbiamo camminato in un cantiere, cerano operai che lavoravano in ogni luogo. Polvere e tubi scoperti. Il sei dicembre non si poteva aprire». «Una bugia» risponde a pochi metri il sindaco. «Come tutti i baresi possono vedere il teatro è finito. Sarebbe già stato inaugurato se non fosse arrivato un input ben preciso da Roma» continua Emiliano. Il palcoscenico si alza. La signora Messeni sfoglia il suo libro. Accanto a lei cè una ragazza giovanissima, forse la nipote, che racconta di un saggio di danza di tanti anni fa, prima delle fiamme. Amenduni ripete: «Dopo questo sopralluogo, noi presenteremo una serie di deduzioni tecniche: rilievi che però non comprometteranno laccordo». Quale? «Quello previsto dal protocollo: la Fondazione non ha mai sottoscritto nulla con noi. Dovrà a lavori conclusi, così come previsto dal contratto, firmare un atto ricognitivo che rispetti le condizioni stabilite dal protocollo del 2002». Dice Emiliano che lui non firmerà nulla, se non giusto una presa in carico del teatro. Nessuna sottoscrizione del vecchio accordo. «E questa - continua Amenduni - per noi è una novità. Si chiariscono un sacco di cose, non vorremmo che fino a questo momento il sindaco abbia fatto gioco di sponda con la Regione che davanti a un giudice ha impugnato la validità del vecchio accordo mentre il Comune nicchiava. Comunque, ora vogliamo sapere a che gioco sta giocando la Fondazione. Perché il nostro ruolo, quello dei proprietari, è chiaro». Qual è? «Noi vogliamo aprire il teatro, visto che è di fatto finito. Noi vogliamo darlo in gestione alla Fondazione, dopo la chiusura del tavolo con il ministero. Insomma, attendiamo soltanto il sì della Fondazione. Siamo sullaltare ad aspettare la sposa promessa». Mai fu più dannata la storiella della sposa di Ceglie, paese alle porte di Bari. (g.fosch.)