Un grande camion, una enorme cassa, che ieri ha salito tutto sommato spedita io scalone di Palazzo Ducale, grazie allo scivolo di legno costruito per l'occasione. Un grande impegno per preparare quest'arrivo, qualche difficoltà iniziale, parecchie negoziazioni, notevoli risorse, ma il risultato è eccezionale: nella nostra città è giunto un vero tesoro. Parlo di un quadro che induce in tutti noi uno stupore ammirato: "Giunone e Argo" di Rubens giunto dal Wallraf-Richartz Museum di Colonia. Più di sette metri quadrati di pittura strepitosa. Rubens al suo meglio. Una vasta tela, che evoca un mito splendido e terribile, narrato da Ovidio nelle "Metamorfosi": Giunone, sposa di Giove, incarica Argo, dotato di molti occhi, dì tenere sotto stretta sorveglianza lo, una delle amanti di suo marito, che, per sottrarla alla vendetta della moglie, l'aveva trasformata in una giovenca. Il celeste adultero, preoccupato per la fanciulla, chiese aiuto a Mercurio, che, suonando il flauto, addormentò Argo e lo decapitò. Questo è l'antefatto della scena rubensiana, che ci propone invece il momento in cui Giunone, per eternare la memoria del suo disgraziato servitore, applica i suoi occhi sulla coda del pavone, che, da quel momento, aggiunse anche quelle decorazioni alla sua già regale bellezza, divenendo sacro alla madre degli dei. Vedere questo è una festa per gli occhi: nulla vi si vede che non sia bellissimo, ricchissimo e, soprattutto, intensamente colorato. Il restauro, appena compiuto, lo esalta. Le carni prosperose di Giunone sono di un rosato prezioso, la sua veste di un rosso intenso e straordinariamente brillante; i suoi gesti sono regali (e un tantino ambigui, se ci fate ben caso). Un velo bianchissimo valorizza il suo volto e la sua schiena, confondendosi con le nuvole del cielo; indossa un manto intessuto del medesimo oro puro in cui sembra ricavato il carro che l'ha recata sul luogo della morte del fedele servitore. Il corpo di Argo, poi, è stupendo: modellato con una forza, una sensualità e una sicurezza di disegno che fanno dimenticare (e celano) la mancanza della testa, che ste in grembo a una delle ancelle, avviluppata nel gorgo di stoffe bianche e celeste brillante delle sue vesti. Costei, procace bionda da seno prosperoso, ha staccato une per uno i tanti occhi di Argo e già ne ha insignito i due pavoni, che - scusino i lettori il bisticcio - appunto se ne pavoneggiano con incredibile regalità, mentre tre putti biondi, entrati nel quadro da sinistra, con gioiosa ed energica crudeltà cercano di appropriarsi di quelle penne preziosissime. In cielo, un arcobaleno benaugurante, festoso e delicato. Nel 1658 questo capolavoro era a Genova, nella casa di Gio. Battista Balbi. Passò poi ai Durazzo, e in casa di Marcellino Durazzo, nel XVIII secolo, lo videro intellettuali e pittori come Cochin, Ratti e Fragonard, che lo disegnò. Ma ai primi dell'Ottocento alcuni intelligenti e rapaci mercanti britannici lo acquistarono, e da allora prese le strade dell'Inghilterra e, poi, della Germania. Ora è ritornato. Chi ha gusto, passione e curiosità per la grande pittura non perda l'occasione e - il consiglio è sincero - prenda il suo posto a questa festa.
Un tesoro ritornato
Un grande quadro di Rubens, "Giunone e Argo", è stato restituito a Palazzo Ducale dopo essere stato esposto in diverse città, tra cui Genova e Colonia. La tela, che misura oltre sette metri quadrati, rappresenta un mito della mitologia greca e mostra Giunone, la moglie di Giove, che applica gli occhi di Argo, un servo che era stato trasformato in una giovenca. Il quadro è stato restaurato e mostra una grande varietà di colori e dettagli. È considerato un capolavoro della pittura barocca e offre una festa per gli occhi ai visitatori.
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