Entrata a ventisei anni in Soprintendenza, la lascerà tra poche settimane, dopo una carriera ricca di soddisfazioni, ma con l'unico, vero rammarico, di non veder concluso il progetto cui teneva di più e per cui lavora da anni: quello delle Grandi Gallerie dell'Accademia, minato dai ritardi accumulati in corso d'opera. Per questo sarebbe singolare se, nel momento più difficile per il progetto, non le venisse chiesto di continuare a collaborare ad esso, mettendo a frutto la sua fondamentale conoscenza della pinacoteca più importante d'Italia, insieme agli Uffizi. E in effetti ieri il ministro Bondi ha dato un segnale in tal senso (si veda a pagina 16). Ma non si conosce Giovanna Nepi Scirè, soprintendente del polo museale veneziano, se si pensa che possa anche solo accarezzare un'idea di questo tipo. «Sono davvero molto stanca - spiega nel suo ufficio - e quello che ora mi interessa è dedicarmi alla mia nipotina. Terrò un corso di restauro per lo Studium Marcianum, come mi ha chiesto il Patriarca Angelo Scola, ma per ora non ho altri programmi. Ho 67 anni e per me è arrivato il momento di andare in pensione». Quarant'anni in Soprintendenza. «Ho cominciato, dopo il perfezionamento a Padova, con una borsa di studio finanziata dai Comitati privati americani per schedare le opere d'arte della città. Poi ho fatto il concorso per ispettore della Soprintendenza e l'ho vinto. Da allora sono qui». Lei ha avuto come maestro in questo incarico Francesco Valcanover, il suo predecessore. Cosa ha imparato da lui? «Il grande senso dello Stato, la capacità di riuscire a trovare fondi privati per la nostra attività e quella di ricerca». Cosa le ha pesato di più nel suo incarico in Soprintendenza? «La burocrazia, aumentata con l'autonomia amministrativa del Polo Museale. Passo ore a firmare carte e a discutere con i sindacati. Troppe leggi, troppe circolari e tutte di difficile interpretazione. Avrei voluto dedicare più tempo ai miei studi artistici, ma non ne ho avuta la possibilità. Del resto, ho scelto io di fare il dirigente». Le Soprintendenze piangono per il taglio dei fondi ministeriali. «Non la nostra. Siamo stati anche in grado di aiutare i colleghi dei Beni Architettonici e Paesaggistici di Venezia a completare i restauri di Palazzo Grimani, finanziando il cablaggio. i totem informatici e altri interventi». A cosa si deve questo "benessere"? «All'autonomia amministrativa del Polo Museale Veneziano e a una buona gestione. Dallo Stato riceviamo solo i fondi per gli stipendi e gli emolumenti necessari. Tutto il resto lo facciamo grazie agli incassi dei nostri musei. Nel 2007 abbiamo avuto 7 milioni di euro di spese, tutte coperte, con un buon avanzo di cassa. Siamo economicamente autosufficienti». Parliamo delle Grandi Gallerie che, da soprintendente, non vedrà terminate, per i ritardi che si sono accumulati nel corso dei lavori. Perché? «Secondo me, la colpa principale sta negli appalti al massimo ribasso, che non sono concepibili in interventi di questo tipo, di particolare delicatezza. Le imprese vincitrice finiscono poi, inevitabilmente, per trovarsi in difficoltà. Nel caso delle Grandi Gallerie, c'è stato un errore di carattere geotecnico, nell'esecuzione delle fondazioni, che ha determinato i ritardi». Ma non avevate già fatto delle prospezioni nel terreno? «Sì, diversi anni fa, ma evidentemente non sono state sufficienti». In più c'è la "grana" dei finanziamenti, con il Ministero dei Beni Culturali che ha revocato un milione e 600 mila euro di finanziamenti per il completamento dei lavori». «In questo caso credo ci sia stato un disguido di carattere amministrativo. Ma in ogni caso faremo tutto ciò che possiamo, sul piano finanziario per aiutare la Soprintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici di Venezia a completare l'intervento». Lei era stata molto critica anche sugli allestimenti predisposti per il nuovo museo dall'architetto Tobia Scarpa. «Ma gli ultimi saggi che ho avuto occasione di analizzare sono incomparabilmente migliori dei precedenti». Quanto le dispiace non vedere le Grandi Gallerie terminate? «Un po' sì, ma comunque ci arriveremo. Ma un grande dispiacere è stato anche il furto del Bellini della chiesa della Madonna dell'Orto. Un furto annunciato - aveva cercato di rubarlo altre due volte - e per questo volevamo portare il dipinto alle Gallerie dell'Accademia. Ma la parrocchia insistette per mantenerlo e purtroppo l'impianto antifurto era staccato». Com'è cambiata in questi quarant'anni, dal suo osservatorio, la Venezia artistica? «In meglio. Opere d'arte è monumenti sono più restaurati e anche le chiese non sono più esposte ai rischi e all'incuria per la conservazione del proprio patrimonio artistico, come avveniva un tempo». E sul piano dell'immagine? Cosa pensa, ad esempio, delle maxipubblicità sui ponteggi dei monumenti dell'area marciana? «Che sono intollerabili. Posso accettarle lungo il Canal Grande, ma nell'area marciana, no. E non credo che - come a volte si dice - siano un prezzo da pagare per garantire comunque la tutela dei monumenti. Tutto dipende dalla misura e dallo stile di queste maxipubblicità. Anche noi le abbiamo sui ponteggi delle Gallerie dell'Accademia, ma non sono certo come quelle dell'area marciana». Le Soprintendenze oggi sono nella necessità di cercare anche contributi privati, per il taglio di quelli statali. Quale il rapporto corretto con loro? «Non bisogna mai rischiare di mettere a repentaglio la sicurezza di luoghi e opere. Ci chiedono, ad esempio, continuamente la Ca' d'Oro per cene o ricevimenti, ma non l'abbiamo mai concessa. A Palazzo Ducale avviene, ma sempre in particolari condizioni. Non si può rischiare solo per un introito economico». Cosa pensa del futuro di Venezia? E' destinata a diventare una città-museo? «Ma è già una città-museo, i turisti alle Gallerie dell'Accademia ci chiedono a che ora chiude. L'importante sarebbe che accanto a magnifici musei ci fossero anche botteghe di artigianato di alto livello e non quelle che, generalmente, abbiamo in città. Bisognerebbe fare come in Oriente, dove alcuni artigiani storici sono considerati un bene culturale e difesi di conseguenza. Le polemiche si sono sprecate - con l'intero Consiglio dei Beni Culturali contrario - contro la nomina del supermanager voluto dal Ministro Bondi, Mario Resca, già a capo della Mc Donald's Italia. Lei che ne pensa? «Che non abbiamo bisogno di supermanager, ci sono già i soprintendenti e se il Ministero pensa che non facciano bene il proprio lavoro, li sostituisca. La conservazione costa moltissimo e se cominciamo a trattare i beni culturali come titoli da far fruttare, non andremo molto lontano». Il supermanager dovrebbe servire a far fruttare il patrimonio anche attraverso i prestiti di opere ad altre istituzioni. «Ma i prestiti si sono sempre fatti e non si creda alla favola che nei depositi dei musei ci siano chissà quali capolavori nascosti. Le opere importanti in deposito, prima o poi le esponiamo, come faremo a Palazzo Grimani. Quel che resta poi di non esposto, sono, in genere, solo "croste" e con quelle non è che si facciano grandi affari». Lei ha già dichiarato che il ministro dei Beni Culturali che ricorda con più piacere è Alberto Ronchey. «E' quello che ci ha dato l'autonomia e ci ha consentito di uscire da una condizione di indigenza, vivendo dei nostri incassi. Non potrei non essergli grata. Ma ricordo con piacere anche Walter Veltroni, che grazie all'operazione sui fondi del Lotto ha consentito che nascesse il progetto delle Grandi Gallerie». Che, prima o poi, si farà.