Un antico ma trascurato itinerario di fede e di cultura reso nuovamente alla città e ai napoletani, prima ancora che ai visitatori e ai turisti. E una monumentale basilica paleocristiana, fondata tra la fine del IV e l'inizio del V secolo, chiusa e abbandonata negli ultimi quarant'anni e restituita, finalmente, alla pubblica fruizione e al culto liturgico: in un intreccio di storia, arte, architettura, antropologia culturale e religiosità popolare in una delle aree più importanti per le testimonianze del cristianesimo antico partenopeo. Ha il sapore di un piccolo miracolo "ianuariano" la riapertura della Basilica di San Gennaro fuori le Mura, nel Rione Sanità, che oggi alle 18 (ingresso da via San Gennaro dei Poveri 23) ospiterà una solenne celebrazione eucaristica inaugurale, presieduta dall'Arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe: «Un momento cruciale di ripristino di un percorso della fede, della pietà popolare, della solidarietà umana, ma anche un coraggioso progetto reso possibile da un cammino collettivo perché il quartiere Sanità non sia più un'isola», spiega il cardinale Sepe, capofila dell'operazione. Che vede protagonisti, con la Curia Arcivescovile di Napoli e la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, sponsor come la Fondazione per il Sud (con un finanziamento di 350mila euro) e l'associazione onlus L'Altra Napoli (con 100mila euro), accanto al braccio operativo della cooperativa sociale di giovani della Sanità «La Paranza»: nove soci che saranno affiancati da undici giovani preventivamente formati (e poi contrattualizzati) per la custodia, la manutenzione ordinaria e l'accoglienza turistica, con visite guidate specializzate al monumento. Obiettivo finale del progetto, una riqualificazione urbana e il riscatto sociale dell'area che passi anche attraverso la valorizzazione consapevole e condivisa dei suoi tesori artistici e monumentali. E si intitola non a caso «San Gennaro Extra Moenia, una porta dal passato al futuro» l'articolato progetto che, coinvolgendo una pluralità di soggetti, da domenica avvierà anche - aggiunge il parroco della Sanità, don Antonio Loffredo - «il ridisegno di un itinerario turistico-culturale finora deprivato di una tappa originaria fondamentale, quella della Basilica paleocristiana, primo vero ingresso alle catacombe di San Gennaro accessibili, sinora, solo da una scala d'accesso creata ad hoc da Capodimonte, ma secoli fa collegate anche con le catacombe di San Gaudioso, sottostanti l'altra splendida Basilica del Rione, Santa Maria della Sanità». Un percorso, quello del sistema cimiteriale e delle catacombe tra una basilica l'altra della Sanità, che l'eclettico erudito Carlo Celano (1625-1693) - il canonico autore tra l'altro de Le Notizie del bello dell'antico e del curioso della città di Napoli - riuscì a visitare in modo unitario, con un'avvincente escursione durata sei ore, gli occhi puntati, tra affreschi e mosaici, su arcosoli, vestiboli, sacelli e ambulacri di grande (e ancora pressoché intatta) bellezza: come, nella prima delle grotte tufacee della catacomba inferiore, la basilica rupestre di Sant'Agrippino, o quella con il Battistero, dove c'è anche il primo ipogeo sepolcrale di San Gennaro (rimasto nel toponimo del sito). Santo ritratto, in un affresco, sullo sfondo del Vesuvio e del monte Somma, allora più alto e anche - nella catacomba superiore che ospita pure che una splendida cripta di vescovi, bianchi e africani, con raffinati mosaici segno dell'antica identità interculturale di una città accogliente verso lo straniero - con l'onore del nimbo riservato solo a Gesù. Cristo protagonista anche di due intense opere d'arte contemporanea di Annamaria Bova, ospitate accanto a un busto ligneo cinquecentesco di San Gennaro nella riaperta basilica dove, auspica padre Antonio, «dovrebbero presto tornare anche il ciborio medievale - staccato dall'altare per prevenirne il degrado durante la chiusura - e il mezzobusto con la reliquia di un dito del santo patrono di Napoli, attualmente custoditi nel Museo Civico di Castel Nuovo». Si tratta di «Golgota», un'imponente scultura conica di lamiere metalliche trattate con l'acido, sovrastata da tre croci, e «Crocefisso», mosaico di tessere dorate di Ravenna e lamina metallica - dove l'ombra del Messia evoca la Sindone - con cui l'artista napoletana ha reso in modo stilizzato, ma con grande forza arcaica, tra luce e ombra, l'evento che ha cambiato la storia del mondo.