Si sta surriscaldando il dibattito sul diritto d'autore. In particolare - per restare nell ambito dell'editoria libraria -, diventano sempre più stringenti in Italia i problemi relativi alle fotocopie e al prestito bibliotecario. Non c'è bisogno di spiegare che cosa sono le fotocopie, perché tutti lo sanno e tutti, probabilmente, ne abusano. Quello che invece bisogna sapere - e pochi invece lo sanno - è che si possono effettuare fotocopie per uso personale soltanto nei limiti del 15 di ciascun volume, dietro pagamento alla Siae del compenso spettante agli autori ed editori delle opere dell'ingegno, già previsto dalla legge sul diritto d'autore (6331941), modificata dalla legge 2482000 e recentemente confermata dal decreto legislativo 682003. L'accordo stipulato tra Siae (Società italiana degli autori ed editori), l'Aie (Associazione italiana editori) e varie altre categorie professionali e del commercio (18 dicembre 2000), così come altri accordi fra le parti - tra cui quello con le biblioteche universitarie (11 aprile 2002) - prevedono la corresponsione annuale di un compenso forfetario ai titolali dei diritti d autore delle opere riprodotte. Nel caso delle biblioteche universitarie, ad esempio, tale compenso è parametrato al numero d'iscritti in ogni ateneo, nella misura di 2,07 euro a studente per l'anno accademico 2003-2004. Le riproduzioni per un uso da quello personale sono invece consentite, per un numero di pagine non superiore al 15 di un opera, soltanto dietro specifica autorizzazione rilasciata dall'Aidro (Associazione italiana per i diritti di riproduzione delle opere dell'ingegno), costituita nel 1989 presso l'Aie proprio per tutelare le opere da ogni illecita attività riprografica anche agendo in giudizio contro chi la svolga ; per gestire i diritti d'autore e per promuovere - ruolo non meno essenziale - campagne di sensibilizzazione dell'opinione pubblica relativamente all'illegittimità delle riproduzioni e comunicazioni abusive al pubblico. Lotta senza quartiere, dunque, alle fotocopie, non soltanto per il gravissimo danno che recano al mercato (non meno di 300 milioni di euro di mancati introiti) - all'editoria universitaria in particolare -, ma anche per le pesanti ripercussioni che hanno, a monte, sul lavoro creativo, sulla ricerca scientifica, sull'elaborazione culturale. Mentre si cerca di arginare l'assalto delle fotocopie, cercando di rendere efficaci sia i meccanismi di tutela che di sanzione, sta esplodendo anche il problema dei diritti e quello interconnesso dei relativi compensi relativi al prestito in biblioteca. Qui sono scesi in campo bibliotecari, utenti, istituzioni, da una parte; editori, dall'altra: gli uni per rivendicare un diritto; gli altri, non per negarlo, ma per reclamare il compenso dovuto a titolo di risarcimento, indipendentemente da chi sia poi a pagare. Questione delicata. Nella controversia bisogna infatti distinguere due tipi di problemi. Il primo è di carattere squisitamente giuridico e si riferisce alla recente apertura di procedimenti d'infrazione nei confronti di Spagna, Francia, Italia, Manda, Lussemburgo e Portogallo per non aver recepito (o aver recepito in modo non corretto) la norma comunitaria riguardante il diritto di prestito pubblico e di locazione commerciale. C'è, in realtà, una direttiva Cee (92100), che prevede il diritto esclusivo dell'autore di autorizzare o vietare il prestito delle proprie opere. In deroga a questo diritto, gli stati membri devono però garantire, per quanto attiene le istituzioni pubbliche - in pratica le biblioteche -, un'equa remunerazione almeno agli autori, ma possono esonerare alcune categorie di istituzioni dal pagamento di tale compenso. In Europa, Danimarca, Svezia, Germania, Regno Unito, Irlanda e, nel 2003, anche la Francia hanno introdotto quello che ormai viene, semplificando, chiamato il «ticket» per il prestito nelle biblioteche, con alcune eccezioni: in alcuni Paesi sono interessate al provvedimento tutte le biblioteche pubbliche (scolastiche incluse); in altri, invece, le biblioteche scolastiche sono escluse (Regno Unito e Francia). La quota da versare viene calcolata in genere sul numero dei prestiti ed è normalmente a carico dello Stato o delle singole amministrazioni. Non consta che nulla sia dovuto da parte degli utenti delle biblioteche. Quale che sia la quota applicata per ogni prestito (da 0,6 a 1,5 euro), le somme risultano alla fine molto consistenti (la Francia, ad esempio, arriva a una remunerazione intorno ai 22 milioni di euro). Quando i soldi riescono ad arrivare a destinazione (perché si tratta di meccanismi complessi e metà dei 30 Paesi che applicano il diritto di prestito pubblico nel mondo non è ancora riuscito, in realtà, a pagare gli autori), per diverse migliaia di scrittori è una bella boccata d'ossigeno. Ora, se lo Stato e gli enti da cui le biblioteche dipendono si prendessero in carico l'onere dovuto (senza peraltro alleggerire i contributi alle biblioteche, complessivamente già esigui, soprattutto in relazione a quanto concretamente rimane in bilancio per l'acquisto di libri), oltre ad ottemperare alla direttiva Cee, andrebbero anche incontro ai legittimi interessi dagli autori che, come si sa, non nuotano nell'oro. Da questo punto di vista, non si può fare della gratuità una questione pregiudiziale, perché è giusto e necessario che il diritto degli autori venga riconosciuto e, dove possibile, anche rafforzato. Ma se esiste un problema giuridico contingente, esiste però anche la questione di principio, che è la più importante e che va considerata. È questa questione che ha sollevato il vespaio e che ha fatto dire al ministro Urbani che quella del ticket è «un'idea pazzesca»: frase che sottoscrivo in pieno. La biblioteca è un servizio pubblico e il prestito bibliotecario va considerato alla stessa stregua della lettura in biblioteca, vale a dire un servizio essenziale di base. Se così è, diventa legittimo pretendere che venga assicurato gratuitamente, perché offre semplicemente un'opportunità e una comodità di lettura in più a tutti, soprattutto ai giovani, ai più deboli e svantaggiati che hanno necessità o desiderio di leggere. Ora, se la lettura viene stimolata e diffusa anche attraverso il prestito, non credo che nessuno possa lamentarsi, sia perché non nuoce per nulla alle vendite (anzi, semmai le incentiva), sia soprattutto perché crea quella familiarità con la lettura, lo studio, la ricerca che poi diventa la radice della fedeltà al libro nel tempo. Se proprio si vuol andare al nocciolo dei problemi, si dovrebbe piuttosto sollevare la vera questione di fondo per gli editori e gli autori: il fatto, cioè, che le biblioteche italiane comprano pochissimi libri. Se vale la cifra dei 7 milioni circa di libri acquistati in un anno dalle biblioteche (su un totale stimato per il 2002 del mercato del libro in tutti i canali di 210 milioni di copie) vorrebbe dire che esse rappresentano, a copie, il 3,3 degli acquisti: il che pone già l'Italia di molti punti al di sotto dei principali Paesi europei. È qui che bisogna intervenire: dare più fondi alle biblioteche e fare in modo che questi fondi non si perdano nei mille meandri delle spese, ma servano, in una percentuale significativa documentabile, ad incrementare le raccolte. Si comprende benissimo la posizione degli autori e degli editori di fronte alla tutela dei loro diritti, sempre più difficili da salvaguardare in quest'epoca di pirati. Ma il ticket sul prestito bibliotecario non sembra essere - anche se può rendere - la strada giusta.