Un lifting alla legge Ronchey, la legge che disciplina la vendita nei musei di pubblicazioni e gadget, basterebbe a portare il giro d'affari dei bookshop dagli attuali 9 milioni di euro a oltre 18 milioni. Con beneficio non solo di chi crea e vende gli oggetti che si ispirano alle opere d'arte, ma anche delle casse dei musei all'interno delle quali resta una percentuale degli introiti delle vendite. È quanto è emerso, ieri a Roma, nel corso di un convegno organizzato dalla provincia, in collaborazione con il Consorzio Civita, intitolato «L'artigianato artistico per il merchandising museale», a cui hanno aderito le principali organizzazioni degli artigiani, tra le quali la Cna. Fra le modifiche richieste: la maggiore flessibilità di vendita dei pezzi anche all'esterno degli appositi spazi allestiti. Una facoltà oggi limitata dalle regole di contabilità troppo stringenti. I soli documenti su cui oggi si misurano le percentuali degli incassi da versare allo stato da parte dei concessionari sono gli scontrini battuti dai registratori fiscali. Questo limita fortemente, per esempio, la ricerca di altri canali commerciali come la vendita per catalogo o su internet che aprirebbe buone prospettive di business nel ricco segmento dell'oggettistica promozionale per le aziende. Un'altra spinta al fatturato dei musei arriverebbe poi dalla maggiore possibilità, offerta al concessionario dei servizi di vendita, di scegliere il tipo di prodotto da vendere. Secondo le attuali regole la stessa scelta è oggi esclusiva delle soprintendenze.