Il capriccio esotico secondo Mavruglia. Dal 1799, un formidabile staff realizza un prontuario dei temi dellepoca Gli affreschi con i personaggi affacciati alle balaustre come spettatori Uno scrigno dal quale parte un filo rosso che attraversa due secoli di storia dellarte siciliana Di quella versione originaria della Casina resta oggi una veduta ad acquerello di Pietro Martorana che accampa nel paesaggio dei Colli una costruzione, probabilmente realizzata in muratura e legno, di dimensioni più ridotte, a tre ordini e otto coperture a pagode. Se nel frattempo la tempesta politica di quel passaggio di secolo non avesse costretto re Ferdinando allesilio palermitano in due riprese (la prima nel 1798, in occasione della repubblica napoletana, la seconda nel 1806, durante lepopea napoleonica) oggi probabilmente parleremmo di tuttaltro. Perché fu la ristrutturazione ad opera dello stesso Marvuglia (e poi del figlio Alessandro), quando terreno ed architettura vennero graziosamente donati a sua Maestà, a fare della Casina cinese quello che è, e che oggi torna a risplendere dopo decenni di chiusura e un lungo, accurato restauro sotto la direzione della Soprintendenza conclusosi con il recupero degli apparati decorativi: un palinsesto eccezionale delle arti decorative tra Sette e Ottocento, laffascinante repertorio enciclopedico degli stili colto sul crinale di passaggio tra ancien règime e età moderna, lincunabolo prezioso di una tradizione di architetti, decoratori e maestranze artigiane che dalletà di Giacomo Amato, Antonio Grano e Giacomo Serpotta, un secolo prima, si sarebbe prolungata a questa segnata dalla collaborazione tra Marvuglia e Velasco, e quindi al secolo successivo nella temperie determinata da eclettismo e art nouveau. Dalla Casina, insomma, si diparte un filo rosso che attraversa due secoli almeno di storia dellarte; siciliana, certo, ma non soltanto, perché un altro dei fattori fondamentali dellarchitettura di Marvuglia è la capacità di intercettare, con un gusto e una concezione esecutiva da protagonisti, una fase della storia europea del gusto, sulla scorta non soltanto delle richieste del committente ma anche di una informazione su modelli e repertori attinta quasi certamente da libri, stampe e biblioteche, e poi manipolata con perizia. E forse solo adesso, dopo che negli ultimi tempi linteresse per questa stagione tra Sette e Ottocento ha investito anche la sfera delle arti applicate, è possibile apprezzare nel suo giusto rilievo sia la fresca e divertita seduzione degli affreschi - nella stanza dellalcova del re, nel salone di rappresentanza - con landirivieni dei personaggi in costume, affacciati dalle balaustre come spettatori a teatro, sia, nei cinque differenti livelli interni che costituiscono i volumi della palazzina secondo un sistema di quadrati giustapposti e ad incastro, laffluire di tecniche padroneggiate con destrezza dalle officine locali, magari indirizzate da maestri napoletani: il commesso marmoreo dello studiolo della regina al quarto livello, i pavimenti a encausto, le dorature con oro zecchino, le sete, i trompe loeil, gli stucchi. Senza dimenticare la "tavola matematica" progettata dallo stesso Marvuglia, dove un complesso sistema di funi e pulegge permetteva ai piatti di portata di salire e scendere dai locali sottostanti senza che la servitù disturbasse con la sua presenza. Dal 1799 al primo decennio dellOttocento la formidabile équipe inanella così nella sequenza delle sale, nella labirintica sovrapposizione di spazi, un prontuario di temi quasi completo degli aggraziati sogni del tempo: le volte traforate a voliera, le cornici da cui pavoni appollaiati fanno pendere la coda sin sulle pareti, i paesaggi popolati di pagode sono una variante, à la chinoise appunto, di tecniche già messe a punto negli ambienti settecenteschi dei saloni rococò. Tutto, con una scansione metrica della spazialità architettonica che è propria di Marvuglia, e che, immaginiamo, veniva assecondata secondo le sue direttive dalloperato dei maestri decoratori: Giuseppe Velasco e Vincenzo Riolo innanzitutto e poi Rosario Silvestri e Benedetto Codardi, con collaborazioni incrociate tra cui, probabilmente, laffresco della sala da ballo al piano seminterrato (attigua alle esedre dirimpettaie dove prendevano posto i musicisti, con un effetto stereo ante litteram) con la volta decorata che finge la propria rovina aprendosi sul cielo solcato da uno stormo duccelli. Una visione dArcadia, deliziosamente fuori tempo in anni di guerre e massacri. A mostrare il carattere composito di questa cultura - il suo operare consapevolmente su più fronti - basterebbe del resto lesempio della coeva Villa Belmonte allAcquasanta, dove si ricostituisce il binomio Marvuglia - Velasco allinsegna esclusiva, questa volta, della grazia neoclassica. Ma è sufficiente salire sul ballatoio prospiciente lultimo ordine della specola con la Sala dei Venti, e volgere lo sguardo sul parco della Favorita, per cogliere la dimensione unitaria di quella civiltà artistica, con gli adiacenti corpi di fabbrica della servitù dove è abitualmente alloggiato il Museo Pitrè, la Fontana dErcole e le torri dacqua che spuntano dalla vegetazione, i giardini allitaliana con i labirinti di siepi; e per auspicare che questo restauro esemplare sia loccasione per la nuova fruizione di un complesso monumentale e ambientale che va letto nella sua organicità, provvedendo finalmente alla chiusura anche parziale del Parco, istituendo percorsi di visita, ricucendo insomma i diversi lembi di questo episodio, cruciale nella vicenda urbanistica della città ed esemplare dellarte europea di quegli anni. Dopo la cerimonia inaugurale di questa mattina alle 11, la Soprintendenza gestirà infatti le visite alla Palazzina Cinese (prenotazioni al 346 6314359, dalle 14.30 alle 18, visite guidate dalle 9.30 alle 15.30.) sino al 18 gennaio, poi affiderà il bene al Comune, legittimo proprietario, che dovrà garantirne lapertura.