È forse il Ganimede rapito dall'aquila, il marmo romano - copia di un'originale greco - che torna a svettare qui, aereo nel vuoto, inseguendo la sommità della cupola della Sala della Tribuna, il simbolo della resurrezione da un lungo oblìo di quello che è il più bel palazzo rinascimentale privato di Venezia. Palazzo Grimani, a due passi da Santa Maria Formosa, tornerà a essere da sabato - dopo un restauro durato più di vent'anni - museo di sé stesso, "tempio" della collezione di arte antica raccolta all'inizio del Cinquecento dal doge Antonio Grimani e poi arricchita dai suoi eredi Vittore, procuratore di San Marco e Giovanni, Patriarca di Aquileia, con straordinari esempi di statuaria greca e romana. Ad accompagnarci in questa visita in anteprima al palazzo-museo, che sarà inaugurato dal ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi, è la "padrona di casa", il sovrintendente per il polo museale veneziano Giovanna Nepi Scirè, che ha fortemente voluto la riapertura di Palazzo Grimani, in tempo per rivederlo visitato, pochi mesi prima del termine del suo incarico. «Nella Tribuna - spiega la dottoressa Nepi Scirè - che era la sala più ammirata da chi frequentava il palazzo, era ospitata nelle nicchie la ricchissima collezione di statue antiche dei Grimani, che venivano periodicamente sostituite con un criterio di rotazione. Ma riproporla, ora, "spogliando" il Museo Archeologico non avrebbe avuto senso, e così abbiamo scelto di esporre solo il Ganimede, che era certamente qui, lasciando al visitatore ammirare la magnificenza architettonica dello spazio. Palazzo Grimani è, e deve essere museo di sé stesso e per questo abbiamo preferito un allestimento minimalista, con poche, ma significative opere che diano il senso della fusione tra arte e architettura in questo straordinario palazzo, che non era ornato solo da sculture classiche, ma anche da opere di Leonardo, Raffaello, Giorgione, di artisti fiamminghi, come lo stesso Hieronymus Bosch». E proprio da Palazzo Ducale - dove erano da tempo in deposito - arrivano da Palazzo Grimani le Quattro visioni dell'aldilà di Bosch per tornare ad essere esposte nella sala ad esse dedicata. E così, nel Cameron d'Oro che accoglie - subito dopo il salone principale - il visitatore che è salito dallo Scalone monumentale, ornato di stucchi bianchi e oro e di raffinati affreschi allegorici riferiti alla storia personale del patriarca, ecco un calco settecentesco in gesso del magnifico Gruppo del Laocoonte che qui troneggiava, accanto a una copia romana di Atena e a un cinquecentesco Busto di Antinoo. Preludio alla sala successiva, la Sala a fogliami - così chiamata per gli affreschi naturalistici del soffitto, opera di Camillo Mantovano, tra un falco pellegrino che assale un airone e un gatto che tende un agguato a due scoiattoli, in mezzo alla vegetazione - dove compaiono, ancora, i busti cinquecenteschi in bronzo dell'imperatore Adriano e di sua moglie Sabina. Nel Camerino di Callisto - stanza così chiamata perché ripropone il mito della ninfa Callisto, narrato da Ovidio nelle Metamorfosi - decorato da Giovanni da Udine con la tecnica dello stucco antico, saranno inseriti due dipinti dello Schiavone che illustrano, a loro volta il mito di Deucalione e Pirra e Il Giudizio di Mida. Ma ogni stanza di questo stupefacente palazzo è "segnata" da affreschi che la caratterizzano, come la Sala da pranzo, con il soffitto, ancora dipinto da Camillo Mantovano, intorno al 1567 a richiamare le decorazioni romane della Domus Aurea, con grappoli di pesce ammassati nelle reti e trofei di animali. Per questo l'allestimento minimal è funzionale all'ammirazione per gli ambienti che coglierà certamente il visitatore, accompagnato nella sua scoperta. «Questo palazzo - spiega ancora la sovrintendente Nepi Scirè - è talmente fragile e prezioso, nei suoi pavimenti, come nella sua struttura, che è impensabile renderlo visitabile liberamente. Potrà essere visto con visite guidate su prenotazione, tre volte al giorno. Lo legheremo direttamente al Museo Archeologico e con un solo biglietto sarà possibile vedere entrambe le raccolte. All'Archeologico saranno opportunamente segnalate tutte le opere che provengono dalla Collezione Grimani, in modo che il visitatore possa metterle in relazione con il palazzo». Ma chi volesse vedere come era realmente Palazzo Grimani ornato da tutti i suoi capolavori riuniti da una dinastia di favolosi collezionisti, non rimarrà deluso. Nel cortile d'ingresso verranno posti dei "totem" informatici che, consultati, permetteranno di scoprire quale fosse la collocazione delle opere all'interno del Palazzo, molte delle quali ormai andate perdute o non più facilmente identificabili con l'appartenenza all'edificio. «E' possibile che La Vecchia del Giorgione che è alle Gallerie dell'Accademia - spiega il soprintendente - prima fosse qui. Sappiamo che, di Leonardo, i Grimani, avevano una testa incoronata di vite, che potrebbe essere quella che oggi è al Louvre. Di Raffaello c'era certamente un cartone». Il Palazzo è tra l'altro arricchito dagli stupendi affreschi di Antonio Salviati, oltre che di Giovanni da Udine. Altri elementi sono con l'imponente scala monumentale, la scala ovale d'impronta palladiana, la cappella privata dei Grimani e le ricche decorazioni di Federico Zuccari. Ma si darà conto, successivamente nell'allestimento, anche della passione per la numismatica dei Grimani, con un saggio di quella che era la loro raccolta. Un museo della contemplazione, "vietato" alle orde del mordi-e-fuggi.