A Torre del Greco la "biennale" del Credito Popolare che mostra capolavori barocchi e gioielli dellantichità La "non-pietra" color sangue che seduce e unisce i popoli Tra il sacro e il profano, maestranze ebraiche e siciliane Scrigni e portagioie di fine Seicento e inizio Settecento a Palazzo Vallelonga "Non minerale anche se pietrificato, non vegetale anche se ramificato, non animale anche se color del sangue". Una formula che sa di alchimia, coniata per una sostanza, un materiale, una pietra, non si sa in effetti neppure come definirlo se non con il suo stesso, unico, nome: il corallo. Persino lazabache, il minerale nero fossile usato per i rosari, che si trova solo nel nord della Spagna e pure gode di una sua leggendarietà, può contare su una definizione. Il corallo è corallo e basta. E la sola città italiana che possa legare il suo nome al cosiddetto "oro rosso" si trova in Campania, ed è Torre del Greco. Due fondamentali punti dai quali partire, per arrivare allappuntamento biennale organizzato da una banca, il Credito Popolare, che ha sede proprio in quel centro dove intere famiglie partecipavano al processo produttivo, dalla pesca in mare alla foratura del pallino da collana, il lavaggio, la lucidatura, la lavorazione a bulino, lintera filiera di un lavoro artigianale antichissimo. "Mirabilia Coralii. Capolavori barocchi in corallo tra maestranze ebraiche e trapanesi" sarà aperta da domani fino al primo febbraio e non importa se purtroppo nella vecchia stazione balneare, sede di ristoranti di pesce e di "aria che sanava gli ammalati" non cè più molto da visitare - eccezion fatta per il Vesuvio o Villa delle Ginestre di Leopardi - e neppure molto di ricreativo. La mostra ha un tale valore in sé da giustificare un viaggio, anche da lontano. Lallestimento, ospitato nel caveau dellistituto di credito, ha il motore principale nel presidente Nino De Simone e deve da dodici anni la sua realizzazione a Cristina Del Mare, che ne cura studio, ricerche e messa in opera. Nel comitato scientifico, anche il soprintendente Nicola Spinosa. Dal Museo Duca di Martina alcuni pezzi di grande pregio. Lepoca è il Seicento, larte è barocca. Fatta di costruzioni, di architetture fantastiche, tra il sacro e il profano. Lartigiano che le realizza è un artista e anticipa realtà virtuali che neppure gli odierni computer saprebbero rendere con una simile precisione di dettagli. La favola delloro rosso abita nel cuore del Mediterraneo. Mette radici in Sicilia, al centro dei traffici tra oriente e occidente e viene coltivata quasi in regime di monopolio da artigiani ebrei: «A Trapani - spiega Cristina Del Mare - sul finire del quattrocento cerano 30 maestri corallari e molte imprese. Fabbricavano soprattutto rosari, molto richiesti nei paesi di fede musulmana e più tardi nel mondo cristiano». Se ne trova traccia nei manoscritti della Genizah, come scrive la curatrice della mostra nel piccolo catalogo edito da Artem, per redigere i quali si usava il giudeo-arabo, la lingua degli ebrei siciliani fino a tutto il Quattrocento: quello che il corallo univa, è stato poi diviso dalle guerre tra ebrei e palestinesi. In quei fogli si parla di commerci che da Palermo si estendevano dal Marocco allIndia. Il corallo si pescava nel Mediterraneo occidentale e lungo le coste dellAfrica settentrionale, a Bona, Ténès e Ceuta, sulle spiagge della Sardegna, della Corsica e della Sicilia, e nel 1418 un banco fu scoperto al largo di Trapani e poi a San Vito Lo Capo. Non andremo fino in fondo in una storia che si sta riscoprendo solo oggi e alla quale, grazie al lavoro di alcuni pazienti "filologi" della materia, dal fondatore di una importante casa-museo del corallo torrese, Basilio Liverino, alla famiglia Ascione che ha trasferito a Napoli per farne oggetto di divulgazione la sua storia di generazioni. E viene da nominare, anche Carlo Parlati, scomparso lo scorso anno, uno che del corallo - ma anche di pietre dure e metalli preziosi - è stato un artista capace di altre "mirabilia". Il corallo è uneccellenza ma al momento la "biennale del corallo" del Credito Popolare è il solo punto di riferimento. «I governi attuali non prestano attenzione a questa attività - dice De Simone - e si è impedito a Torre di costruire una razionalizzazione dellarea che opera ancora in monopolio». Basterebbero le opere in mostra nel Palazzo Vallelonga, sede settecentesca restaurata e occupata dalla banca, per capire le potenzialità dellarte dellincisione. Gli scrigni da scrittura e portagioie che risalgono a fine XVI o inizio XVII secolo e provengono dal museo Pepoli di Trapani e da collezione privata di Palermo, dove ogni minuscolo frammento ha una sua spiccata individualità e la composizione di figure e motivi decorativi ha un andamento addirittura musicale. Una coppia di pavoni in rame dorato con smalto della prima metà del 1600, da una collezione privata di Marsala, i capezzali con figure sacre, ma soprattutto le interpretazioni più letterali del "barocco", i due palermitani Trionfo di Carlo II da Palazzo Abatellis, e il Trionfo di Apollo sul carro del sole dalla Fondazione Whitaker: a pieno titolo due miniature della scultura. Queste architetture (e altre, come lAltarino con madonna e bambino da Marsala), unite da un filo che attraversa la storia e collega i paesi, portano dritto dritto agli "altari", macchine barocche da festa costruite da artigiani-architetti per celebrare quello che tradotto in profano, sarebbe il più inimmaginabile di tutti gli "effetti speciali", il Corpus Domini.