Mai conferenza stampa è stata più tempistica e puntuale per cercare risposte e fare riflessioni che mi permetto di avanzare. Dimezzare la Fiera del Libro significherebbe assolutamente la sua definitiva sepoltura. Non è un rischio calcolato, è una certezza. Roma, con la sua settima edizione, dai piccoli editori è già passata ad inglobare i medi, e domani è prevedibile che anche le grandi case editrici saranno catturate dal vampirismo capitolino. Milano con il Salone del Libro Usato sta iniziando la sua marcia di avvicinamento a Rho-Pero con levidente ambizione di sfruttare finalmente la sua posizione di centro nevralgico dellindustria editoriale italiana. Un anno sabbatico ogni due sarebbe un rigore a porta vuota. E, si sa, il mercato è come la natura: non tollera il vuoto. Sembra che oggi, parlare di cultura a Torino sia un po come parlare dellamore ai tempi del colera. Esiste un amore che va comunque al di là di ogni epidemia? Unenergia vitale e potente, una necessità fisiologica che continua imperterrita, che vince ogni tentazione di rinchiudersi in sé stessi e aspettare seduti che passi la nottata? Sarò un inguaribile ottimista, ma io credo di sì. È appena del 1 novembre scorso il dato che ogni euro investito in cultura a Torino ne genera 5,37. Che la cultura muove leconomia del capoluogo piemontese per il 4,1 del Pil e produce in ricchezza una somma di oltre 1,7 miliardi di euro lanno. È stato calcolato a spanne che lindotto di ogni edizione della Fiera del Libro produce sulla città una ricaduta di circa 25-30 milioni di euro. Ed è significativo il tributo fatto solo due sere fa alla Fondazione Sandretto da Alessandro Laterza - responsabile Cultura di Confindustria - alla nostra città di cui riconosce unassoluta preminenza nel panorama italiano non solo nella promozione ma anche nella valorizzazione dei beni culturali: Museo Egizio e Venaria in testa, i cui meccanismi giuridici innovativi sono diventati parametro di riferimento per lintero Paese. Torino, del resto, è abituata a questi climi monsonici. Non è la prima volta che si è trovata ad affrontare situazioni analoghe. Ricordo che alla fine dellestate 2006 la città sembrò ripiombare come in un sopore, uno sbandamento afasico dopo la grande abbuffata delle Olimpiadi. In quelloccasione suggerii, dalle colonne di un quotidiano, come fosse arrivato il momento affinché le istituzioni, gli assessorati e le grandi Fondazioni cittadine dessero vita e mantenessero sempre aperto un «tavolo delle strategie». Non ununità di crisi per tempi eccezionali, ma una governance che sappia guidare e condividere nel tempo ordinario le grandi scelte trasversali di sviluppo della città e del suo sistema, fra cui naturalmente quelle sulla vita culturale. Quellidea era dettata dalla necessità di mantenere alta la temperatura e la straordinaria coesione sociale raggiunta con lesperienza olimpica. Allora non se ne fece nulla. Nessuno fece il primo passo, forse perché liniziativa non aveva un padre nobile. Le notizie di oggi ripropongono con urgenza quella necessità. Non per invocare un iperdirigismo istituzionale, ma per razionalizzare risorse che, in tempo di crisi, devono avere una funzione realmente etica e strategica per la città e il territorio.
TORINO - cultura: la strategia serve più della scure
La Fiera del Libro a Torino è stata un evento importante per la cultura e l'economia della città. Il suo scioglimento sarebbe un colpo durissimo per la città. Milano, invece, sta cercando di sfruttare la sua posizione di centro dell'industria editoriale italiana. La cultura a Torino è importante per la sua economia, generando 5,37 euro per ogni euro investito. L'indotto della Fiera del Libro produce 25-30 milioni di euro all'anno. La città ha già affrontato situazioni simili nel passato, come ad esempio dopo le Olimpiadi del 2006. È necessario una governance che guidi e condivida le scelte trasversali per lo sviluppo della città e del suo sistema, comprese quelle sulla vita culturale.
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