Dopo la denuncia di Arturo Schwarz, viaggio fra le trappole che rendono impossibile un lascito i caso In un Paese dove sono molti coloro che allo Stato non vorrebbero pagare neppure le tasse (riuscendoci quasi sempre), chi invece vorrebbe donare qualcosa di prezioso, magari senza contropartita, ha grosse difficoltà. Certo, è una minoranza «ricca», ma non sempre: grandi collezionisti - o i loro eredi - e intellettuali importanti che nella vita hanno accumulato documenti, libri, carteggi. Uno di questi, come ha scritto Tuttolibri, è Arturo Schwarz, ultraottoantenne storico dellarte, saggista e poeta (laltro giorno era alla «palazzina Liberty» di Milano con i suoi deliziosi versi damore e una camicia rosso fuoco, per il convegno-evento organizzato da Tomaso Kemeny col titolo Le avventure della Bellezza), titolare della più importante biblioteca al mondo sulle avanguardie del Novecento, in particolare surrealismo e dadaismo; oltre che di una grande collezione darte. Intervistato da Paola Décina Lombardi ricorda come ventanni fa tentò di donare tutto allo Stato, senza successo. Un ministro la prese male, ritenendo quei tesori robaccia pornografica e anticlericale; altri, come Ronchey e Paolucci, si dettero da fare, ma fu una via crucis. Alla fine le opere darte andarono alla Galleria dArte Moderna di Roma. I libri, invece, lo Stato proprio non li voleva. «Anziché venderli al Getty Museum, che mi offriva due milioni di dollari, li ho regalati a Israele». Non è un caso unico. Le disavventure del donatore sono un copione che si ripete molto spesso. E accaduto a Fernanda Pivano, che ha cercato di dare al Comune di Milano, senza successo, la sua biblioteca-archivio, con testi, libri, lettere della Beat Generation, ma è riuscita a trovare una sistemazione adeguata solo grazie allintervento della Fondazione Benetton, che nel 98 ha creato nella vecchia Milano, in corso di Porta Vittoria, la Biblioteca Riccardo e Ferdinanda Pivano. E pensare, ricordava la saggista, che «lallora sindaco Tognoli mi fece gentilmente notare come fosse meglio, i libri, tenerseli a casa». Consiglio forse interessato, ma che qualche volta dà anche lavvocato Enrico Vitali. Fra i denti, perché non gli fa piacere. E il protagonista di unodissea complicatissima, cominciata nel 92 alla morte del padre, Lamberto, critico darte e personaggio di grande spicco nel mondo artistico, che lasciò allo Stato gran parte della sua ricca collezione, ora quasi tutta a Brera, con unottantina di opere. Qualcosa andava però anche agli eredi. «E stato complicato - racconta - risolvere tutte le questioni con lo Stato, ma per distinguere le opere donate da quelle che restavano in famiglia sono occorsi tempi biblici». Vennero tutte «notificate», e cioè sottoposte a vincolo. «E fra tante buone volontà che cozzavano contro burocrazie allucinanti, abbiamo ottenuto il decreto che toglieva questo vincolo solo questanno». Lavvocato è divenuto un grande esperto, anche dal punto di vista psicologico. «Donare una singola opera è semplice. Ma quando il funzionario pubblico si trova davanti a una collezione, si comporta un po come un pm davanti a un pentito. Notifica tutto, anche se si tratta del pittore piripicchio; è un riflesso condizionato». Si ottiene così un doppio risultato. «Nessuno vuol più far sapere che possiede opere importanti; ma soprattutto la donazione viene scoraggiata, perché si sa che porterà un sacco di grane, col pericolo che venga bloccato tutto ciò che si possiede». Donazione a parte, pare capiti spesso. Alla recente asta torinese di Bolaffi dedicata ai manoscritti, le notifiche, una sessantina, si sono abbattute su una quantità di lotti che forse sarebbero più sicuri nelle mani di un collezionista appassionato, e non in musei dove non cè spazio. In particolare su quello più prezioso: la stesura originale della Francesca da Rimini, una delle grandi opere liriche del Novecento, di Riccardo Zandonai. Ma questo è un problema (appena) diverso. Antonio Paolucci, che è stato sovrintendente agli Uffizi e ministro dei Beni Culturali, dalla sua scrivania ai Musei Vaticani invoca chiarezza, anche a proposito delle polemiche sulla riorganizzazione del Ministero peri beni culturali e sulla temuta penalizzazione dellarte contemporanea. «Secondo me - dice per quanto riguarda larte contemporanea, meno lo Stato mette becco, meglio è. Lasciamo fare al collezionismo e al mercato. Fioriscano cento fiori, come diceva il presidente Mao. E lo proclamo dal Vaticano». Per quanto riguarda le donazione, invece, nessun problema. «Non è vero che sono impossibili. Anzi. Se i principi Odescalchi volessero mai regalare un Caravaggio, troveranno ponti doro. Lo Stato si ritira quando ci sono complicazioni, per esempio di tipo ereditario, o quando è previsto lobbligo di esporre le opere, magari in un certo modo. Alle "donazioni modali" si dice no, ma questo è comprensibile». Mao a parte, fino a un certo punto. Esempio: lUniversità di Bologna ha accettato leredità di Federico Zeri, che prevedeva anche la valorizzazione della villa del grande critico, a Mentana. Ora la sua enorme raccolta di fotografie darte, un catalogo immenso e unico, è a Bologna, ben riordinata, ma intorno allutilizzo della villa di Mentana le polemiche sono andate avanti per anni. E molte ricche collezioni, soprattutto del Novecento, sono finite in Svizzera, come per esempio la donazione Aligi Sassu. «Non entro nel merito delle difficoltà tecniche, ma certo il disinteresse degli italiani per la loro storia è assoluto - dice Lea Vergine -. Larchivio degli scrittori italiani voluto da Maria Corti a Pavia resta un miracolo». La critica darte denunciò anni fa la vicenda della donazione a Milano di Lucio Fontana: se ne fece una mostra e un catalogo, ma poi non si trovò lo spazio. Per non parlare delle opere quasi tutte americane della collezione Panza di Biumo, offerte due volte allItalia senza successo. La terza tranche ha trovato accoglienza al Fai, il Fondo per lambiente, che è unistituzione privata. E non è certo il solo caso. Anche Claudia Gian Ferrari, gallerista e storica dellarte, è contentissima di aver preso la stessa strada, dopo qualche iniziale sbandamento. «Alla morte di mio padre, decidemmo di donare a Brera unopera importante, Gli amanti di Arturo Martini. Incominciammo liter burocratico, col risultato che dall86 al96 non ottenemmo mai risposta». - Ora il bassorilievo, insieme ad altre 43 opere in prestito permanente è nella bella dimora milanese di Villa Necchi, capolavoro del razionalismo passato in proprietà al Fai. «Sonò contenta di averlo fatto. Pensi che ogni tanto vado a dormire con i miei quadri. Ho una stanza e un bagno». Certo, un fine settimana da padrone di casa al museo non è alla portata di tutti, né lo Stato potrebbe offrirlo. Suonerebbe eccessivo: ma ci sarà una via di mezzo?