INCONTRI. UNA CONVERSAZIONE DI MASSIMO DI CARLO AL POLO ZANOTTO SULLE OPERE CONTEMPORANEE «La grande sfida vinta è stata quella di riuscire a instaurare sinergie con gli enti pubblici» L'avventura è cominciata nel 1968, quando il mondo dell'arte contemporanea era un pianeta sconosciuto e l'attenzione restava focalizzata su altre espressioni, più note e codificate, di arte; poi man mano quell'avventura partita da una città del Nordest che all'epoca conservava una fisionomia sostanzialmente conservatrice, caposaldo di un'economia agricola, si è ritagliata una sua posizione nel contesto culturale nazionale, ha gradualmente fatto scuola ed esportato idee, creato occasioni di dibattito e di studio; oggi, in tempi difficili per il mercato dell'arte a tutti i livelli, questa realtà resta una fucina di proposte segnata dall'intuizione nell'interpretare il presente e dalla lungimiranza delle scelte. È questo il quadro emerso dal racconto di Massimo Di Carlo, direttore della galleria Dello Scudo e presidente dell'associazione nazionale delle Gallerie d'arte, che ieri pomeriggio al Polo Zanotto ha concluso (le scorse settimane erano intervenuti Renato Barilli e il giovane artista Cristian Chironi) la quarta edizione de «Il sistema dell'arte contemporanea», un ciclo di incontri organizzato dal professor Roberto Pasini, docente di Storia dell'arte contemporanea dell'università di Verona, col fine di offrire un aggiornamento sui vari ambiti che costituiscono il sistema dell'arte oggi attraverso la voce di coloro che, a vario titolo (artisti, critici, storici dell'arte, giornalisti, direttori di musei o riviste, galleristi), ne sono i diretti protagonisti. Di Carlo ha così spiegato agli studenti e al pubblico intervenuto la storia appassionante della nascita e dell'evoluzione della galleria Dello Scudo, che dalla stretta traversa di via Mazzini ha saputo allargare i propri orizzonti al panorama nazionale e richiamare su Verona l'attenzione dei maggiori critici e artisti italiani degli ultimi trent'anni. «Fin dalla nostra prima mostra, la prima di 175, dedicata a Roberto Crippa», ha spiegato Di Carlo, «ci siamo occupati specificamente di arte italiana, con rarissime eccezioni, come nel caso della mostra numero 16, dedicata a Phan Tang, il primo artista asiatico che ha esposto nel Nord est italiano, autore di una pittura astratta cosmica che aveva affascinato moltissimo Marco Valsecchi, il critico che "benedisse" le nostre prime mostre». «Nella primavera del 1970», ha aggiunto il relatore, «toccò alla rassegna su Futuristi e astrattisti russi; certo però quegli inizi erano stati molto duri, andare avanti con le nostre forze appariva difficile. Ed ecco allora la sfida: creare quel sistema dell'arte, appunto, che all'epoca di fatto non esisteva, instaurando una sinergia con le autorità cittadine, nonostante la nostra dimensione di privati». «Fummo i primi in Italia», ha spiegato ancora Massimo Di Carlo, «a inventare un programma di esposizioni al solo scopo divulgativo e non di mercato, puntando su aspetti meno studiati di alcuni grandi artisti: vedi gli anni Venti di De Chirico. Il successo fu grande, ci chiamò Palazzo Reale, la nostra mostra fu esportata a Milano: quello fu per noi il grande momento di consacrazione nel mondo della ricerca, che ci ha consentito tutto il percorso successivo, fino ad oggi».