Dopo la denuncia di Un paese sfigurato del 2003, il progetto Per un partito della bellezza del 2004 e il libello su Ragione e passione del 2005, dopo la brusca interruzione del mandato di assessore alla Cultura del Comune di Milano e l'elezione a sindaco della città siciliana di Salemi, lo storico dell'arte Vittorio Sgarbi racconta la Clausura a Milano e non solo da Suor Letizia a Salemi (e ritorno) (Bompiani). Onorevole, un nuovo libro contro l'indifferenza? Sgarbi: «I tre precedenti sono libri di educazione civile spiega Sgarbi che tentano di indicare una possibilità non meno percorribile di quelle che si è deciso di percorrere. Esiste un'altra possibilità rispetto alle scelte di distruggere un edificio, realizzare una rotatoria, costruire un garage a Sant'Ambrogio, impedire una mostra. Questi elementi distruttivi non sono legati a una parte politica piuttosto che a un'altra, bensì generati dall'ottusità rispetto all'intelligenza». Qual è stato «il valore della differenza», che lei ritiene fondamentale, nella sua attività istituzionale a Milano? Sgarbi: «La vitalità, la capacità di alimentare le proposte. Ho organizzato 80 mostre, tra le rassegne de "La bella estate di Milano" e le grandi mostre d'inverno; ho preparato l'intera programmazione che continua fino al 2010 con pochi soldi e senza attendere gli anni di preparazione che eventi come questi avrebbero richiesto. Sono stato cacciato nel momento in cui il mio lavoro iniziava a dare frutti, come il festival musicale "Mito" (Milano-Torino)». Con quale maggiore gratificazione? Sgarbi: «L'attuale rimpianto dei cittadini». Quanto sono lontane la «clausura» di Milano e l'«eremo» di Salemi? Sgarbi: «Quanto il Nord e il Sud, il grande e il piccolo, l'economia e l'immobilità. Ma su un banco di prova molto più difficile come Salemi abbiamo creato per così dire un altro terremoto e non certo per rivalsa. Tanto che ora si parla di Salemi, come è naturale per ogni luogo dove c'è un'intelligenza che si muove». Il libro è resoconto autobiografico di tale situazione? Sgarbi: «Avrei potuto scrivere un diario sulle imprese in cui riuscivo o venivo sconfitto. Ho invece evidenziato i punti di conflitto clamorosi. Esempio: l'Ara Pacis, da lasciare com'era e restaurare, che è stata per me una sconfitta ma anche una vittoria morale: il sindaco di Roma Alemanno ha poi chiamato me per la campagna elettorale sulla questione. Questo il senso di Milano e non solo nel titolo». Sono esempi anche i grattacieli che sfigureranno Milano? Sgarbi: «Ho fatto di tutto perché i progetti non venissero approvati. Ma, benché il sindaco condividesse la mia idea, è prevalso il principio formalistico di non contraddire una delibera della giunta precedente. Alla fine le carte sono più importanti delle cose. Ne parlo in un capitolo del libro. Libro che fa vedere cos'è fare male, senza ragione, discernimento e amore per le cose. Come nei restauri nei centri storici: tante idee astratte e, nel concreto, nulla o male. Queste azioni in Italia sono autorizzate, legalizzate. Come le pale eoliche sopra un edificio del Bramante: si parla tanto di energia pulita e si attenta all'integrità del paesaggio». Quanta storia dell'arte si legge nella sua «Clausura»? Sgarbi: «Il solo capitolo sui graffitisti, che da assessore ho guardato senza pregiudizio. Tanto più che prima ero indifferente e irritato nei loro confronti. Non potevo però non notare che i loro interventi su muri di zone degradate della città erano sì abusivi, ma assumevano una funzione positiva, liberatoria».