LA PARTITA IMMOBILIARE. Il tribunale riconosce «pregevoli» le istanze dei cittadini, ma spetta alla Soprintendenza stabilire i vincoli. Valide le scelte della Giunta. Ricorso infondato, il giudice dà ragione al Comune: i presentatori non sono congiunti di Achille Forti Un pronunciamento così favorevole, dopo le durissime polemiche delle scorse settimane, in Comune nessuno se lo aspettava. Palazzo Forti, sede della Galleria d'arte moderna, si può vendere. Così ha stabilito il giudice Agnese Di Girolamo della prima sezione civile del tribunale di Verona, rigettando il ricorso contro la delibera con cui la Giunta aveva deciso di alienare lo storico palazzo di proprietà comunale grazie al lascito testamentario di Achille Forti, risalente al 1935. La sospensione cautelare dell'atto amministrativo era stato solleciato dal «Comitato per l'amata Verona», formato, tra gli altri, da Augusto Forti, Giambattista Ruffo, Giorgio Forti, Giulio Segato, Maria Gabriella Montanari, Adimaro Moretti degli Adimari e Carlo Rimini. E una petizione contro l'alienazione del palazzo era stata sottoscritta da circa diecimila persone. Ma il dispositivo del tribunale definisce «infondato» il ricorso. Innanzitutto, si legge, perché «gli odierni ricorrenti non sono prossimi congiunti» di Achille Forti, morto l'11 febbraio 1937. «Pertanto», scrive il giudice, «sebbene l'interesse a difendere la volontà di Achille Forti e la sua memoria ben consente di intraprendere le iniziative più varie, raccolte di firme, petizioni, sollecitazioni politiche a livello nazionale e locale, il ricorso all'autorità giudiziaria ordinaria è preclusa dalla mancanza, in capo agli odierni ricorrenti, della legittimazione attiva necessaria». Per il tribunale, quindi, non si tratta di legittimi eredi. Si osserva poi che la parte del palazzo, il piano terra e il secondo piano, destinata a Galleria d'arte dall'inizio degli anni '80, ha assolto alla funzione voluta dell'antico proprietario per «circa 30 anni, tempo significativamente apprezzabile». Inoltre, si dice che la rimozione delle opere esposte «consegue a una decisione che mira a valorizzare ancor di più la Galleria con lo spostamento ai Palazzi Scaligeri, sede ubicata sempre nel centro storico di Verona ma più grande e funzionale». Secondo il giudice, tuttavia, i ricorrenti manifestano «le preoccupazioni di una parte consistente della cittadinanza, più illuminata e attenta a preservare i valori culturali e la memoria cittadina». E nel pronunciamento del tribunale si legge che l'interesse da loro manifestato è «meritevole di tutela» poiché non vogliono che «Palazzo Forti cessi di essere un palazzo storico, monumento cittadino, un pezzo di storia veronese e diventi, piuttosto, appetibile oggetto di speculazioni edilizie che nulla hanno a che vedere con la memoria e la storicità del luogo in cui sorge». Tali istanze «di assoluto pregio», devono essere garantite dalle Soprintendenza «garantendo la destinazione dell'immobile anche dopo una sua eventuale alienazione». Costituendosi in giudizio, il Comune, difeso dagli avvocati Giovanni Caineri e Riccardo Moretto, faceva presente, tra l'altro, che la decisione di alienare gli edifici storici «non era stata dettata da necessità di cassa ma dalle precisa volontà di razionalizzare la gestione del patrimonio immobiliare». In particolare, dalla vendita di palazzo Forti era stata motivata, sottolineano, «dalla necessità di reperire adeguate risorse per il recupero dell'Arsenale e di Palazzo del Capitanio. E l'intenzione dell'amministrazione comunale», aggiungono, «non era infatti chiudere la Galleria d'arte ma collocarla in uno spazio espositivo più grande e adeguato, i Palazzi Scaligeri, e di intitolarlo ad Achille Forti». Contro tale dispositivo, il comitato può rivolgersi nuovamente al Tribunale che dovrà pronunciarsi in forma collegiale.
VERONA - Palazzo Forti si può vendere
Il tribunale di Verona ha stabilito che il Comune può alienare lo storico palazzo Forti, sede della Galleria d'arte moderna, grazie al lascito testamentario di Achille Forti. Il Comitato per l'amata Verona, formato da diverse persone, aveva sollecitato la sospensione cautelare dell'atto amministrativo, ma il tribunale ha rifiutato il ricorso. Il giudice ha stabilito che gli odierni ricorrenti non sono prossimi congiunti di Achille Forti e quindi non hanno la legittimazione attiva necessaria per difendere la sua volontà.
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