Storico, scrittore, giornalista e autore, in quest'anno di celebrazioni dei 70 anni dalla morte del Vate, del libro «D'Annunzio. L'amante guerriero» edito da Mondadori, Giordano Bruno Guerri, ieri mattina, è stato l'ospite d'onore del 35 convegno organizzato dal Centro nazionale di studi dannunziani, presieduto da Edoardo Tiboni. Il tema affrontato al Mediamuseum di piazza Alessandrini a Pesca-ra, era dedicato agli «Anni del Vittoriale» e, a parlare della casa-museo dove il Vate ha trascorso gli ultimi anni della sua esistenza ed è morto il 1 marzo 1938, sono stati: Attilio Mazza, Franco Di Tizio, Andrea Lombardinilo, Elena Ledda, Walter Tortoreto e Giuseppe Papponetti. A tirare le conclusioni è stato infine Bruno Guerri che, prima della tavola rotonda, ha tracciato per il Centro un consuntivo dell'anno di celebrazioni che sta per passare e illustrato il futuro del Vittoriale. Giordano Bruno Guerri, che bilancio traccia di quest'anno dedicato ai 70 anni dalla morte di D'Annunzio? «Direi che l'anno non è stato trattato con iniziative che abbiano cambiato la figura di D'Annunzio. C'è stato il mio libro che, a giudicare dalle vendite e dalle recensioni che ha ricevuto, penso che abbia mosso qualcosa verso un cambiamento benigno nei confronti della figura di D'Annunzio. Ho ricevuto parecchie recensioni, segno che forse si sta iniziando a capire che D'Annunzio non è il personaggio avventuriero ma è più scrittore. Per i 150 anni della nascita del Vate, nel 2013, conto di formare un comitato nazionale per arrivare ad una svolta». Quale sarà la svolta? «Svolta nel senso che bisogna porre attenzione solo sulla grandezza dello scrittore e sul suo essere stato un innovatore e un modernizzatore per la storia dell'Italia. E, purtroppo, ancora adesso, D'Annunzio vive nel suo motto rovesciato: ha donato più di quello che il suo Paese gli ha dato». Quali sono le diffidenze che gravano ancora su D'Annunzio e su quali aspetti invece è stata messa una pietra sopra? «Gli si rimproverano cose banali, meschine, come l'amore per il sesso, l'aver fatto debiti e quella minima partecipazione al fascismo. Invece, è stata messa una pietra sopra proprio su quegli aspetti in cui non bisognava metterla. Come l'impresa di Fiume, che è stata un nodo centrale per il nazionalismo ma anche come anticipazione di libertà». Lei succede ad Annama-ria Andreoli nella guida del Vittoriale di Gardone Riviera. Che progetti ha in mente? «Intanto, rafforzare il legame con il Centro nazionale di studi dannunziani di Pesca-ra. Poi, il prossimo anno, sarà organizzata una mostra a Brescia su D'Annunzio e Marinetti, arte al potere. Resta da completare la copertura dell'anfiteatro all'aperto, vorrei svelare l'altra parte del Vittoriale, quella chiusa negli armadi, e mi piacerebbe illuminarlo di notte». Qual è per lei la parte più suggestiva del Vittoriale? «La zambracca, la stanza dove è morto D'Annunzio e dove sono custoditi i suoi occhiali che mi colpiscono sempre molto». Quando si è accostato a D'Annunzio? «Fin da studente. Poi, ho fatto una lettura metodica delle sue opere e ho avuto la possibilità di visitare il Vittoriale. Intanto da studente, poi da giornalista, da ricercatore e mai avrei pensato di farne il presidente. D'Annunzio per me è stato un grande arricchimento sia attraverso le sue opere che attraverso la convivenza con la sua vita». Cosa piacerebbe a D'Annunzio dei costumi e delle donne di oggi? «Tutto, perché era un onnivoro capace di sfruttare la modernità e non arriccerebbe il naso di fronte a niente. Riguardo alle donne, manterrebbe il comportamento di allora: quello di grande seduttore». Può riassumere D'Annunzio a uno studente che si accinge a leggerlo? «La grandezza di D'Annunzio è quella di aver anticipato le grandi correnti di pensiero del Novecento, quella nazionalista, interventista. D'Annunzio conta nel cammino verso la disinvoltura dei costumi e, soprattutto, le sue opere sono alla base della grande poesia del Novecento. Fu fedele al suo motto "non chi più soffre, ma chi più gode conosce", dove il godimento sta nella conoscenza, nella scoperta, perché il Vate, a differenza dell'intellettuale medio dell'epoca, fu un uomo felice». Quale sensazione le lascia la visitare alla casa dell'infanzia di D'Annunzio a Pescara, cosi intima rispetto alla maestosità del Vittoriale? «Mi viene in mente l'enormità del percorso che ha fatto lo scrittore e vorrei che la visita al Vittoriale, partisse da qui, da Pescara».