Fontana di Trevi in vendita? La famosa gag di Totò, ripresa dal Tg5, che ha fatto infuriare mezzo governo e lo stesso Silvio Berlusconi perché associata all'operazione di vendita dei beni pubblici, in effetti non c'entra. Il fontanone nel quale si immerse Anita Eckberg in abito da sera, così come il Colosseo, non rischiano di essere ceduti alla multinazionale di turno. E anche il termine vendita è improprio. La parola corretta è infatti «valorizzazione». Ovvero: censire il patrimonio inutilizzato o inutilizzabile dello Stato italiano, escludendo i beni artistici e ambientali garantiti da altre leggi; attribuire a questo patrimonio il valore di mercato; trasformare questo valore in cedole o cartelle bancarie; dare alle banche le cedole in cambio di finanziamenti alle casse pubbliche; e con questi avviare le sospirate grandi opere. CHE VUOL DIRE CARTOLARIZZAZIONE È questo, giurano il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, e i suoi collaboratori, a cominciare dal direttore generale Domenico Siniscalco, il meccanismo virtuoso della legge «salva deficit». La quale istituisce due società di diritto privato (sebbene a controllo pubblico): Patrimonio spa e Infrastrutture spa. Nella prima confluiranno i beni demaniali non soggetti a vincoli monumentali, artistici o ambientali: palazzi, caserme, fari, isolotti, edifici, teatri, proprietà attualmente in capo a ministeri ed enti controllati dallo Stato, alberghi, stazioni termali, colonie, palestre: il tutto per un valore stimato di 805 miliardi di euro. Per dare un'idea: oltre il 60 del debito pubblico italiano, ancora di più rispetto al prodotto interno lordo. Una volta conferiti alla Patrimonio spa, e opportunamente censiti (operazione non facile), i beni potranno essere cartolarizzati: una formula molto in vigore che indica sostanzialmente la divisione in cedole dei singoli pezzi del patrimonio, titoli negoziabili sul mercato finanziario. Operazione da affidare a banche d'affari di livello mondiale. Le stesse banche dovrebbero provvedere ad affidare a privati la gestione di beni sfruttabili (per esempio, il carcere di Ventotene, famoso perché vi fu girato il film Detenuto in attesa di giudizio, come residence di lusso, mentre allo Stato resterebbe la nuda proprietà); oppure potrebbero vendere ciò che è immediatamente vendibile. In questo caso le cedole e i titoli aumenterebbero di valore con beneficio per le banche e per gli investitori. Lo Stato incamererebbe subito dalle banche stesse l'ammontare iniziale delle cedole. Ovviamente non per tutto il patrimonio, ma progressivamente. Il ricavato finirebbe nella seconda spa, la Infrastrutture. Da qui i soldi verrebbero prelevati per finanziare le grandi opere. ALTA INGEGNERIA FINANZIARIA Un meccanismo di alta ingegneria finanziaria (secondo alcuni, un po' troppo alta e creativa) che avrebbe il merito di non toccare direttamente la contabilità pubblica: né il deficit né il debito, che sono i parametri per i quali l'Unione Europea ci tiene sotto stretta sorveglianza. A questo punto, intorno alla legge approvata dal Senato e promulgata dal capo dello Stato, si è scatenato un iradiddio di polemiche. Lo stesso capo dello Stato ha sentito il bisogno di accompagnare la firma con una lettera al governo nella quale chiede di introdurre norme di salvaguardia a favore dei beni pubblici, in primo luogo parchi e monumenti. Il governo ha incassato l'indubbio altolà posto dal Quirinale puntando sui benefici pratici dell'operazione. Il centrosinistra è insorto e fino all'ultimo ha chiesto a Ciampi di non ratificare la legge. Ma obiezioni e osservazioni sono state in realtà di vari tipi: etiche, pratiche, politiche. Il mondo della cultura e gli ambientalisti temono che al di là di tutte le assicurazioni qualche gioiello pubblico oggi tutelato finisca per essere sacrificato. La più scandalizzata, l'ex ministro dei Beni culturali, Giovanna Melandri. Invece economisti di sinistra come Giacomo Vaciago, ex sindaco di Piacenza, danno ragione a Tremonti. Vaciago ricorda che la stessa operazione venne tentata dai governi di centrosinistra, ma con il sistema delle vendita diretta. E di essere stato per due anni a capo di una commissione incaricata di valorizzare i beni pubblici: «Risultato, non ho venduto quasi niente e ho accumulato una frustrazione da matti. Perché in Italia bene pubblico il più delle volte non vuol dire affatto godimento pubblico, ma al contrario beneficio per pochi. I quali in questo patrimonio si annidano come topi nel formaggio lucrando molto a costo quasi zero. Tremonti vuol decidere di risolvere il problema alla radice affidando tutto a una spa e alle banche? Vuol dire che d'ora in poi i topi dovranno vedersela con soggetti molto meno tolleranti rispetto allo Stato». VISCO TENTO' DI PRIVATIZZARE IL FORO ITALICO Terzo fronte di critiche, quello politico. Il diessino Vincenzo Visco, predecessore di Tremonti, tentò anche lui di alienare alcuni beni dello Stato. Affidando l'incarico ad un'emanazione privatistica del ministero: l'Agenzia del demanio. Fu Visco, tra l'altro, a trovarsi al centro di polemiche per il tentativo di privatizzazione del Foro Italico, un bene sottoposto a vincoli ambientali e architettonici. «Perché» si chiede l'ex ministro «creare un'altra struttura? Forse per avere le mani ancora più libere di prima?». Un quarto fronte di scontento, ma accuratamente inespresso, viene dal mondo del business immobiliare. La messa sul mercato di un patrimonio simile turberebbe equilibri e interessi corposi. Sui quali un po' tutti i big, da Carlo De Benedetti a Marco Tronchetti Provera, a Gilberto Benetton, oltre ai tradizionali Caltagirone e Marchini, hanno scommesso massicciamente negli ultimi tempi. È un quadro di riferimento da tenere presente nel valutare un'operazione tanto complessa, dove l'opinione pubblica viene indubbiamente colpita dall'immagine di Totò che cerca di «cartolarizzare» la Fontana di Trevi. UN VANTAGGIO O NO? Ma una volta saputo ciò che c'è da sapere, resta una domanda. Per i cittadini, ai quali fino a prova contraria quei beni appartengono, è davvero un vantaggio la privatizzazione? O almeno, una privatizzazione a occhi chiusi? Per esempio: una caserma inutilizzata in pieno centro di Roma è indubbiamente uno spreco. Al suo posto potrebbe essere realizzato un parcheggio, se non un moderno pronto soccorso. Insomma una struttura, affidata in concessione o in convenzione, che metta d'accordo l'interesse pubblico e quello privato. Ma sarebbe la stessa cosa costruire in quella stessa area uno shopping center, con aggravio per il traffico e l'inquinamento? O addirittura una sala bingo? Ancora. L'Idroscalo di Milano va valorizzato. Ma come? Trasformandolo in un divertimentificio («Rimini a due passi da Linate») e bloccando completamente un'area già intasata? Oppure affidandolo sì a privati, ma con l'obbligo di garantirne il disinquinamento, di realizzare posti auto e collegamenti, di tutelare l'impatto ambientale, e ovviamente di riscuotere il biglietto? Certi precedenti di privatizzazione di infrastrutture pubbliche, dalle autostrade italiane alle ferrovie inglesi, insegnano a essere prudenti. E soprattutto pragmatici