Risparmiamoci lobiezione culturalistica: sappiamo che è dai tempi di Aristotele che la fisiognomica studia il rapporto tra il carattere dellindividuo e le sue espressioni somatiche; che Leonardo e Picasso hanno fatto caricature; che il filosofo hegeliano Karl Rosenkranz ha dato fondamento estetico alla caricatura e al grottesco; che un grande erede della scuola di Warburg, Ernst H. Gombrich, ha dedicato studi alla caricatura... Ma premesso tutto questo (e non questo è il punto), cosa sarebbe successo se in Italia, che so, gli Uffizi si fossero trasformati in bottega per fare caricature sul Tondo Doni di Michelangelo, Brera sullo Sposalizio della Vergine di Raffaello e la Galleria Borghese su Apollo e Dafne di Bernini? Si sarebbe detto e scritto che si buttava larte sul ridicolo, che governo o funzionari incompetenti dissacravano I«hic et nunc», ovvero laura dellopera darte, che si riduceva il «consumo» (anzi no, la fruizione, no losservazione, no lo studio) dellopera a iperconsumo mediatico da strip comiche e fast-food. Per fortuna lha fatto la Francia, anzi Parigi, che dico, il Louvre, il Museo (emme maiuscola) che, del resto, è pure sbarcato con una sua «sede distaccata» (come da noi le università) a Abu Dhabi (soldi in cambio di qualche prestito). Certo, dice lapocalittico Jean Clair, «il Louvre è ormai diventato come una griffe di moda, come Prada, Bulgari», un tempio dei consumismo insomma, «un luogo della simonia». Ma, quando allo stesso Clair è stato chiesto cosa suggeriva per migliorare la situazione dei musei italiani (situazione diversa da Francia, Usa, lo sappiamo...) ha risposto che al Louvre «i conservatori rispondono a un direttore generale» e che «ci sono molti ristoranti nel museo». Allora - visto che i baffi alla Gioconda Marcel Duchamp li ha messi fin dal 1919 e non è più una grande idea - delle due luna: o possiamo finalmente liberarci dal complesso di inferiorità verso la cultura francese e le sue istituzioni «degenerate» oppure la Francia ha scelto la strada giusta e va bene allora che si nomini Mario Resca direttore dei Beni culturali anche, o forse proprio perché viene - come si sottolinea da McDonalds.