Il custode della musica della natura dai fili derba ai budelli di maiale Domenico Torta ha condotto una lunga ricerca con laiuto dei suoi allievi delle medie Signore e signori chiudete gli occhi e ammirate il paesaggio. No, non state leggendo male, né mi sono sbagliato io a scrivere. Esiste un paesaggio che si ascolta, un vero e proprio "paesaggio sonoro", e a questo è stato dedicato un museo. Si trova a Riva Presso Chieri (To) e ospita strumenti musicali della civiltà contadina locale, ma anche richiami ornitologici, antichi giocattoli che fanno i rumori più disparati e addirittura i modi per far "suonare" la natura usando la bocca, le mani, un semplice filo derba oppure il cappuccio di una ghianda. Il principale artefice di questesperienza originale, che ha aperto scenari interessanti per letnomusicologia e letnologia contadina in generale è Domenico Torta, un uomo colto, istrionico, eclettico e pure molto simpatico. Per definire Domenico, detto Tasché, bisogna fare un lungo elenco: musicista, compositore, studioso di organologia, attore, poeta, insegnante, ricercatore. E tutto ciò forse non basta, non è ancora sufficiente per inquadrare bene il personaggio. Chi lo conosce bene dice che è ostinato nel raggiungere i suoi progetti, sicuramente trascinante quando sale sul palco con I Musicanti di Riva Presso Chieri e mette in scena le tradizioni musicali locali, quelle legate ai riti religiosi, allosteria, allaia. Il suo percorso e le sue passioni iniziano da piccolo, con un interesse innato per tutto ciò che produce suoni. Nella famiglia e nella comunità contadine da cui proviene non è difficile rintracciare modi anche bizzarri di suonare gli oggetti come un pettine, una camera daria di una bicicletta o un rastrello. Comincia questa ricerca, che poi approfondisce man mano che studia al conservatorio, si diploma e compone con successo musica da camera e per piece teatrali. Una brillante carriera da musicista, parallela a quella dinsegnante alle medie dove, con laiuto dei suoi ragazzi, continua per anni a registrare, raccogliere, catalogare, studiare gli strumenti di ciò che verrà definito in seguito "paesaggio sonoro". Impara a costruirli, si concentra sui materiali che li compongono e che spesso non si trovano più: va nelle fattorie, incontra e intervista gli anziani, li filma, si fa insegnare quello che sanno. Nell83 è autore, con Sergio Airotti e Luciano Marocco, di un programma radiofonico per la RAI molto innovativo: "Virtuosi senza pretese", dedicato alla musica popolare più genuina. Il suo garage si riempie di centinaia di oggetti come il torototela, un particolare strumento fatto con un bastone e una corda di budello di maiale: «Non riuscivo più a parcheggiare la macchina, non sapevo più dove mettere tutto il materiale, ma nel 1995 succede il miracolo: lUniversità si interessa alla mia collezione». Nasce la collaborazione con il professor Febo Guizzi, docente di etnomusicolgia allUniversità di Torino. Un sodalizio che prosegue con progetti di ricerca portati avanti da dottorandi ed ex studenti, come Cristina Ghirardino, Guido Rascheri, Dino Tron. Gli ambiti sono i più vari: il canto narrativo, le tradizioni dei musicanti, la costruzione e luso dei richiami da caccia, gli strumenti effimeri, gli strepiti della Settimana Santa. Le istituzioni di Riva Presso Chieri decidono di mettere a disposizione delle sale nel locale Palazzo Grosso e nel 2005 nasce il museo del "paesaggio sonoro", un progetto in divenire e in continua evoluzione, che segue le trasformazioni di questo paesaggio e le documenta. Ad animare il museo cè sempre la passione e la competenza di Domenico Torta affiancato dallUniversità di Torino. Gli ambiti della ricerca si allargano, e per fortuna il gruppo di lavoro cresce: «Io ho avuto soltanto il merito di prestare attenzione a delle cose che una volta erano di dominio pubblico e che via via, senza che nessuno se ne accorgesse, hanno iniziato a perdersi». Ma il merito è anche, come dicevamo, di tenere in vita questa cultura popolare, riproponendola, reinventadola, sbertucciando anche le mode durante i suoi spettacoli: «Non ho inventato niente, la cosa più bella è che la gente si riconosce in quel che facciamo. Questo dà la sensazione di stare veramente raccontando qualcosa; quando, poi, ti dicono "è vero, era proprio così" senti che ciò che fai è importante e ha senso». Non ci resta che chiudere gli occhi, e ammirare il paesaggio.