Palazzo Altemps è ora interamente di proprietà dello Stato Italiano; dopo 631 anni dall'inizio della costruzione voluta da Girolamo Riario per le sue nozze con Caterina Sforza, l'edificio, sede del Museo nazionale Romano, ha un solo proprietario. Ad annunciarlo è stato ieri il direttore per i beni architettonici, storico-artistici ed etnoantropologici, Roberto Cecchi: «Un mese fa» ha spiegato «si è chiuso il contenzioso giudiziario tra una banca, alcune società e lo Stato che era entrato nella trattativa per diritto di prelazione». L'ultima ala della monumentale dimora (dove hanno lavorato Antonio da Sangallo il Vecchio, il Pomarancio, Martino Longhi, dove è custodito il Trono Ludovisi, il Galata suicida, la colossale testa di Hera che tanto aveva colpito Goethe), è costata 27,6 milioni di euro. Una storia quasi infinita quella dell'edificio nel rione Ponte, in Campo Marzio, iniziata per volere di papa Sisto IV che, alla fine del Giubileo del 1475 avviò una politica di grande ristrutturazione urbanistica di Roma. L'immobile nei primi anni del Cinquecento passò nelle mani del prelato fiorentino Francesco Soderini, cardinale di Volterra. Nel 1568 il nipote di Pio IV, il cardinale Marco Sittico Altemps (da qui il nome), comprò il palazzo e vi sistemò la sua collezione di sculture antiche, poi andata persa. Nel Settecento fu utilizzato come dimora diplomatica e palcoscenico per feste sfarzose. Alla fine dell'800 venne acquisito dalla Santa Sede che lo concesse al Pontificio collegio spagnolo. Dal 1982 è diventato demaniale: 5,6 miliardi di lire, destinazione museo per la collezione Ludovisi Boncompagni e altre celebri raccolte storiche. I restauri, curati dalla Soprintendenza archeologica romana e coordinati da Francesco Scoppola, sono costati circa 20 miliardi: «un prezzo inferiore a quello di mercato di un qualunque edificio semiperiferico» ha sottolineato Adriano La Regina. Era però dal 1997, data di apertura al pubblico, che nei corridoi affrescati anche da Melozzo da Forlì, si aggirava uno spettro: quello di un acquirente che avrebbe voluto appropriarsi di un quarto circa del Palazzo delle Collezioni. Intrighi politico-affaristici avevano infatti lasciato una porzione dello stabile a disposizione di privati che negli anni ottanta avevano comprato per un miliardo e mezzo di lire i preziosi spazi e che ad un certo punto avevano deciso di disfarsene. Un romanzo d'avventura più che una trattativa, visto che lo Stato ad un certo punto non aveva più i soldi necessari per sostituirsi all'acquirente che offriva 23 milioni di euro; scadevano i tempi della prelazione e, addirittura sembrava che il Ministero volesse rinunciare, buttando all'aria vent'anni di progetti di potenziamento e tutela. Quei tre mila metri quadrati mancanti (in tutto sono 38 mila metri cubi) sono diventati un caso politico che ha avuto una "svolta" nel maggio del 2006 quando si è finalmente avverato il sogno di Walter Veltroni e di tutti i ministri della Cultura venuti dopo: lo Stato ha esercitato il diritto di prelazione, battendo ben otto società private. La parola fine però è di ieri. Adesso Palazzo Altemps è tutto intero.