Quando negli anni '70 registravo i canti che si facevano nelle osterie di Langa, in provincia di Cuneo, non facevo altro che immortalare quello che succedeva; non avevo bisogno di organizzare nulla preventivamente. Era sufficiente armarsi di registratore e partire per le colline. Poi portavo i risultati delle mie spedizioni, nastri su nastri, all'Istituto Ernesto De Martino a Milano: mi sembrava di contribuire alla loro causa, e mi veniva naturale perché stavo lavorando su una cosa viva, che accadeva tutte le sere. Oggi in quelle osterie - e nelle tante che sono nate successivamente negli stessi luoghi - non si canta più, a meno che non ci si metta d'accordo prima tra i commensali e si chieda il permesso all'oste al momento della prenotazione. Anche l'Istituto Ernesto De Martino ha vissuto giorni migliori: la città di Milano, che pretenderebbe di essere un esempio da seguire in campo culturale in vista dell'Expo 2015, si è lasciata sfuggire questa importante istituzione, costretta alcuni anni fa a migrare per non morire. Canti e modi di cantare non si imparavano a scuola, si imparavano in osteria e negli altri luoghi di incontro, dove la tradizione esisteva. Oggi invece, piuttosto che esistere, quella tradizione si trova più spesso a dover resistere, ma dopo tempi molto bui pare che stia vivendo una nuova primavera: la differenza è che bisogna organizzarsi bene per unirsi a un coro. Mai come oggi però la tradizione - la cultura popolare, il lato immateriale della cultura materiale - è sentita come un bisogno. E TROVERÀ terreno fertile per recuperare il tempo perso dopo il diluvio di un modernismo consumistico e senza memoria, che si sta rivelando posticcio, che ha preteso di cancellare la tradizione come se fosse un ostacolo allo sviluppo. Lentamente ci si inizia a rendere conto che la memoria e la cultura popolare, più che un impedimento in realtà sono il motore di un altro sviluppo, tangibile e duraturo: la via da seguire per poter davvero innovare senza doverci sempre rimettere qualcosa. È un bisogno che è emerso timidamente una quarantina d'anni fa: pochi casi isolati di singoli appassionati e ricercatori o poche piccole istituzioni, altrettanto isolate. Venivano visti come soggetti che avevano la volontà di estraniarsi da una società in grande movimento (ma frenetico e dis-umano), alla ricerca di un rifugio nel passato per ripararsi da un progresso in cui proprio non volevano riconoscersi. Dei paria. In realtà erano persone di una lungimiranza rara. Il fenomeno è cresciuto negli anni, silenziosamente e disordinatamente, forse proprio perché rispondeva a un bisogno soprattutto individuale, di chi ha cominciato a sentirsi letteralmente perso. La Giornata Nazionale della Rete Italiana di Cultura Popolare non fa che sancire l'ascesa di questo movimento incredibile; ascesa di cui forse non esistono sondaggi a misurarne la portata, movimento che forse ancora ed erroneamente - è percepito come un ambito sotto-culturale. C'è una spiegazione: essendo un bisogno individuale non c'è stata una regia precisa per questa tendenza, essa non si è servita dei mezzi di comunicazione principali, i quali sottostanno invece a regie precise, decise a reinventare strumentalmente il nazional-popolare, posticce almeno quanto quello sviluppo che per dilagare ha bisogno di cancellarci la memoria. Sono stati vari percorsi di diverso tipo, che hanno il limite e la forza dell'oralità; che è pur vero che in alcuni casi più "patologici" hanno sconfinato nel localismo puro, nella moda effimera, nell'etnicismo sterile, a volte anche nella dissociante fuga dalla realtà, ma che hanno anche avuto picchi culturali altissimi, operazioni di valore inestimabile, anche il semplice merito di non aver perso la memoria. Ora iniziano a ritrovarsi e a scoprire di non essere isolati. Fanno proseliti. Sono percorsi che addirittura ben si incontrano con le umanità che arrivano qui da noi in cerca di riscatto e prospettive di vita più dignitose. Sono nuove risposte in cui si ritrova chi si scopre svuotato di un'identità, disorientato nei meandri di un sistema di valori fittizi che questa crisi sta smascherando senza pietà. Il popolo, lo dice la parola stessa, ha bisogno di una cultura popolare, ma di una cultura che si possa definire tale e che sia praticabile, non catodica. Ed essa non può prescindere dalla memoria e dalla tradizione, da spazi e canali in cui esse si possano salvare, imparare, incontrare e muoversi. Una tradizione ferma, che non progredisce attraverso lo scambio e l'uso, è morta e non può più definirsi tale. Forse oggi gli spazi, e anche i canali (le nuove tecnologie hanno grandi potenzialità sotto questo punto di vista, non ancora del tutto sfruttate) iniziano a essere riscoperti e se ne inventano di nuovi. Si nota anche che le risposte del mondo giovanile nelle manifestazioni di cultura popolare sono sorprendenti. È un altro indice del vuoto che ha creato la nostra società, vuoto che si autogenera con il consumismo, che molti stanno iniziando a riempire con qualcosa di più fertile del mero bisogno di evasione. I tempi sono maturi perché l'errore di considerare la cultura popolare come un nostalgico esercizio di stile non si ripeta più. Lo si è dimostrato con successo in campo gastronomico e sono fiducioso che avverrà per ogni forma di espressione che sta alla base di ciò che siamo, perché prima di tutto facciamo parte di una comunità. Ciò non toglie che la necessità di archiviare, salvare, registrare stia venendo meno, che il percorso iniziato quarant'anni sia giunto al termine. Anzi, per citare l'antropologo Piercarlo Grimaldi, che dà un senso politico forte a questa riscoperta, abbiamo bisogno di continuare a creare «granai di umanità ai quali l'uomo del presente può attingere proficuamente quando l'inverno della cultura si fa più rigido e disumano ». È tempo di unirci al coro. CARLO PETRINI