MARIO BOTTA A colloquio con l'architetto ticinese, progettista dei lavori di restauro e di ristrutturazione del teatro Incontriamo Mario Botta a Lugano, nel suo bellissimo studio-torre. Architetto, nel suo fortilizio ha forse un motivo per dispiacersi di non trovarsi a Milano? «No, perché Milano e la mia città. Da Mendrisio, dove abito, in 35 minuti arrivo in corso Sempione: come se attraversassi Los Angeles da un quartiere all'altro. Culturalmente, sono italiano: di madre italiana e di studi italiani, a Milano e a Venezia. Proprio non sento un limite di Lugano, che considero periferia di Milano». Al contrario, non si rallegra mai per il fatto di non vivere nella grande città? «Noi la critichiamo anche violentemente, però la città è il massimo della tensione umana. Nel bene e nel male, è comunque la casa collettiva dell'uomo. E' giusto che critichiamo anche le esasperazioni della città diffusa, la sua mancanza di qualità, le periferie, però, insomma, la città è il paesaggio naturale al quale aspira l'uomo. È l'insieme che permette di vincere quel sentimento che è la solitudine. La metropoli contemporanea offre quindi una serie di valori di tipo globale, con i quali siamo costantemente in conflitto, consapevoli però della loro grande ricchezza. A Milano si è cittadini del mondo: vi passa una quantità di emozioni e di possibilità che in un altro contesto non troveremmo. E l'eterna lotta tra una condizione critica e il grande vantaggio, lo sono nato in campagna e ho sempre aspirato alla città, che per me e uno dei beni supremi». «Circola una bella foto che la inquadra col casco giallo nel cantiere della Scala. I milanesi si sono però spaventati alla vista della voragine alle sue spalle. Si son detti - Ce la faranno per il 7 dicembre?" «È una scommessa temeraria, ma credo che Milano abbia le risorse per farcela. Naturalmente, non sarà tutto finito. Meglio, saranno finite le parti necessario per l'inaugurazione. Poi si continueranno i lavori per quei corpi accessori, sale prove e altro, che non sono strettamente indispensabili». In scena comunque. Sarà ancora una grande Scala? «Credo davvero che questa di Milano sia una bella scommessa. Ripeto: temeraria anche concettualmente, se si vuole, però capace di credere che vi sia una possibile coniugazione tra il passato e il futuro. O il presente». Si temeva che il progetto stravolgesse il conosciuto. «È invece un progetto molto rispettoso della storia. Della configurazione storica, meglio, perché attraverso il restauro della parte monumentale, seguito da Elìsabetta Fabbri, la Scala uscirà rafforzata e più dignitosa. Anche la parte nuova avrà una propria dignità e una propria immagine: sarà una struttura al centro della città in grado di far funzionare il teatro. Bisogna infatti considerare che, al di là del palcoscenico, in un teatro vive anche tutta un'altra macchina. È proprio una bella scommessa». Sui tempi e sul risultato complessivo... E lei dice che Milano la vincerà? «Sicuramente». Il lavoro dell'architetto è visto come espressione di libertà. Ma alla Scala lei è dovuto intervenire su strutture preesistenti. Come ha fatto? «La libertà è data dai vincoli, non esiste la libertà assoluta. Io, anzi, sono convinto che più vincoli ci sono, meglio si possano trovare le ragioni per le trasformazioni. I vincoli sono parte del progetto: come i contenuti, come la dimensione del territorio su cui si agisce. Per l'architetto i vincoli sono salutari. E sen.a vincoli, io non saprei che cosa fare. Mi interessano il dialogo, il confronto, il superamento della difficoltà e l'invenzione che accetta la condizione data dal vincolo e fa scoprire altre possibilità». Il vincolo, in questo modo, viene addomesticato e diventa un interlocutore. È così? «Pensiamo al pittore: stabilisce lui i suoi vincoli. Il formato di un quadro, per esempio, è un vincolo fortissimo. Quando non ci sono, i vincoli se li inventano gli stessi artisti». Che cosa provò quando le fu chiaro che si sarebbe occupato del Teatro alla Scala? «La cosa è cominciata in maniera soft. Io non avevo il mandato, e l'impresa che ha vinto il concorso aveva nei suoi compiti la realizzazione dei piani esecutivi. Quindi, io sono un po' entrato attraverso la porta di servizio. I piani dovevano rispondere a talune condizioni della Soprintendenza, per cui il tutto, alla fine, è diventato un vero e proprio progetto, e l'invenzione di due corpi in dialogo con la parte sottostante ne è stata la chiave di volta. Quando nascono come la grande idea, i progetti rischiano magari di consumarsi. Altri, più sofferti, ritrovano alla lunga una loro ragione d'essere». E con la Scala si va più cauti, si cammina piano. «Toccare la Scala comporta naturalmente una responsabilità. Non tanto da un punto di vista linguistico-architettonico, quanto per il fatto che il teatro rappresenta un valore aggiunto, ragione per cui gli elementi metaforici e simbolici per la città lo identificano come la Madonnina. E' bello, quindi: è bello un lavoro sul plus valore». Come nella vita, così un progetto cresce soffrendo? «La sofferenza è parte dell'atto creativo. Ma non bisogna neanche pensare che l'architetto sia l'artista demiurgo che risolve ogni problema. Dietro un progetto c'è molta passionalità: la parte creativa è nella misura del 10 per cento, il resto è analisi, studio, sintesi. Il progetto di architettura è un processo, non è un gesto: un processo che coinvolge molte personalità e competenze». L'hanno molto disturbata le polemiche delle opposizioni politiche? «Nel nostro mestiere il consenso arriva sempre tardi. A opera finita, in genere, quando si può anche discutere, ma, ingomma, e pur sempre lardi. Il dissenso, invece, e puntuale e tempestivo. Ma quando sono in buona fede, le critiche sono segnali a cui si deve dare attenzione. Sono spie, non bisogna snobbarle: possono anche affossare un progetto. Questo, per la Scala, sarebbe stato un peccato, perché il suo meritava di andare avanti. Molte critiche, devo dire, erano pretestuose. Qualcuna diceva: "Si costruisce un grattacielo sopra il Piermarini!". Noi, invece, alziamo di soli 2 metri e 40 il livello del vecchio limite. Esagerazioni latte ad arte» E Milano si è infine resa conto che la Scala andava rimessa in sesto. «Il teatro era chiuso perché, tecnicamente, era inagibile. Alla fine del 2001 scadevano tutte le proroghe che da decenni gli venivano concesse perché era una topaia: non c'era sicurezza, gli operai vi lavoravano in condizioni pietose, e da subito dopo la guerra si continuava ogni volta ad aggiungervi un lavoro di emergenza. Senza una pianificazione. Per andare avanti, la Scala aveva bisogno di questa ripulita, di un rinfresco». A lei piace ricordare che l'architettura va associata al valore della gravita. Vanno letti in questo senso i due volumi da lei inseriti sui tetti del teatro? «No, i due volumi che fuoriescono dal corpo ottocentesco saranno percepiti soltanto da grande distanza: stando sotto il teatro, si ripresenterà infatti il rapporto tra la facciata e la città. Sopra, poi, sarà come tutti i tetti: ci sono le cupole, i tamburi, i serbatoi d'acqua, i corpi aggiunti. La città, cioè, ha anche un suo mondo sul tetto. E dall'alto è bello vedere che la città si esprime, oltre che con le facciate, anche attraverso la sua planimetria: quando lei, stando in alto, osserva la cupola della Galleria, sente che lì sotto c'è un cuore, c'è un venire. Così la Scala, che vivrà di due momenti: del suo rapporto figurativo con la storia - e noi ripuliremo il disegno del Piermarini da tutte le aggiunte -e, in alto, di un linguaggio più astratto, contemporaneo, che si leggerà come un corpo tecnico». Architetto, c'è chi lo chiama "cappelliera": vuole indicare lei il termine giusto per il volume ovale? «Riepilogando, si tratta di due volumi: uno, il parallelepipedo, è la cassa della torre scenica; l'altro, sopra i tetti di via Filodrammatici, è a pianta ellittica, e si potrebbe chiamare ellissoide». A Milano è forte il contrasto tra spazio pubblico e spazio privato: faticoso il primo, godibile l'altro. «Abbiamo sacrificato tutto in funzione del traffico, che dovrà necessariamente ridimensionarsi: non è possibile che lo spazio pubblico sia ridotto a corsia dì transito. A Zurigo, una delle note di merito dello scorso anno è stata l'eliminazione di 7mila posti-pareheggio. E in molti centri europei è in atto una politica di riqualificazione della città proprio attraverso la riduzione dei parcheggi». Accidenti: il contrario di quanto si vuol fare a Milano! «Esatto. Per disincentivare il traffico privato, tirar via i parcheggi invece di costruirne di nuovi. Attenzione, però: arriverà il momento in cui bisognerà dissuadere la gente dall'entrare in città. E per far questo, devono funzionare i mezzi pubblici». E' sempre difficile il rapporto tra città e sicurezza «La città pubblica non è né meglio né peggio della città sociale che vi sta dietro, essendo l'espressione formale della storia. Non possiamo illuderci che una società violenta, ghettizzante, drogata, esprima uno spazio di benessere, di armonia e di serenità. L'architettura, in questo, è impietosa: è sempre lo specchio della sua storia, nel bene e nel male: un diario di pietra che ci parla di ciò che vi è stato».