Il patrimonio artistico italiano è caratterizzato da una straordinaria distribuzione territoriale, da una capillare stratificazione storica ma anche da una profonda e vitale connessione con lambiente naturale. Dalle Alpi alle isole, tutto il paese è avvolto da una fitta rete storico-artistica: antichi borghi, torri, abbazie, complessi monumentali, siti archeologici, castelli, a cui si aggiungono i progetti contemporanei, le raccolte darte e i musei (più di 3500, tra piccoli e grandi, rivolti al passato o allarte di oggi, pubblici o privati). I nostri beni sono talmente vari, diffusi e radicati nel territorio da costituire un paesaggio culturale continuo davvero unico al mondo: un patrimonio da difendere e curare anche perchè appartiene alla collettività, che nei suoi segni riconosce la propria identità storica; soprattutto i musei che, nella maggior parte dei casi (i musei civici, quelli diocesani, le piccole raccolte tematiche locali), riflettono nelle loro collezioni la cultura di un luogo e si comportano come vere e proprie sentinelle del territorio, Le recenti scelte politiche riguardanti la riorganizzazione degli uffici statali di tutela, coronate dalla contestata proposta di nominare il supermanager Mario Resca (ex presidente di Mc Donalds Italia e del Casinò di Campione, liquidatore di Cirio dopo il crack) alla guida di una nuova Direzione generale per la valorizzazione, rappresentano una minaccia per questo nostro eccezionale e intrecciato insieme culturale, che proprio lamministrazione dello stato ha il compito di trasmettere, il più integro possibile, alle future generazioni. Lallarme è risuonato nelle aree archeologiche e nei musei nazionali, sui quali sembrano essersi concentrati gli appetiti governativi, in un progetto tutto economicista e niente culturale, ben esemplificato dalle dichiarazioni di Resca (curriculum di tutto rispetto ma nessuna esperienza nel mondo della conservazione), che ha definito i nostri musei «giacimenti petroliferi a costo zero». Quella dei giacimenti da prosciugare è una metafora vecchia e abusata (non solo a destra), che conferma lidea guida dellattuale governo: mettere a reddito, senza nessun investimento (anzi tagliando i fondi), le parti più «brillanti» del patrimonio, in unottica tutta di mercato, ispirata da una lettura superficiale del modello museale americano o, peggio ancora, di quello globale (ad esempio i museinon luoghi degli emirati arabi, sulla falsariga del progetto Louvre ad Abu Dhabi). Proprio questa lettura nega le radici e le peculiarità del nostro patrimonio, che tutto il mondo invece riconosce e ci invidia. Va detto però che la scelta del manager provienente dal mondo dei fast food, forse coadiuvato da un ripescato Vittorio Sgarbi già sottosegretario ai beni culturali nel precedente governo Berlusconi, non è che lultimo atto di un preciso disegno che mira a depotenziare e dismettere le strutture di tutela. La riforma di Bondi (che nei giorni scorsi ha ottenuto il via libera dal Consiglio superiore dei beni culturali, rassicurato dalle parziali modifiche apportate alla prima versione del testo), anticipata dai pesantissimi tagli alla cultura di questestate, si inserisce infatti, in un processo di smantellamento del sistema della conservazione innescato nel 1997 dalla riforma Bassanini per la semplificazione amministrativa. A ben guardare, i contraddittori passaggi delle riforme del Ministero della cultura successive a quella scaturita nel 1998 dalle leggi Bassanini, che andava nella direzione del decentramento, appaiono molto più lineari davanti alla deriva economicista in atto. Il problema odierno non riguarda solo il rischio comportato dalla collocazione di una persona del tutto estranea al mondo della conservazione alla guida di un pachidermico ufficio «strategico». La questione è a monte e riguarda, in generale, lorganizzazione del ministero e, in particolare, lo sciatto percorso che ha portato alla proposta di una direzione per la valorizzazione dei musei, già allargata nella versione che verrà presentata al consiglio dei ministri - al patrimonio culturale tutto. ll ministro, soddisfatto dellesito del consiglio superiore, ha dichiarato che non si tratta di una marcia indietro, anzi. Incidere sullintero patrimonio (e non solo sui musei) darà ancora più poteri al superdirettore-manager. Il quale, però, prima di prendere decisioni riguardanti la tutela dei beni - come mettere a reddito o prestare i nostri tesori - dovrà chiedere il parere degli altri direttori (centrali e regionali). Per ricostruire questo processo decennale che sulle prime ha inteso decentrare (i nuovi uffici Al coordinamento regionale responsabili dellindirizzo della tutela sul territorio) e poi ha preferito rinforzare il potere del centro (moltiplicando le direzioni generali centrali), chiediamo aiuto a Marisa Dalai, presidente del Comitato tecnico scientifico per il patrimonio storico-artistico (una sorta di Corte di cassazione per i problemi più spinosi che si presentano alle soprintendenze di settore che esercitano sul campo lattività di tutela) e membro del Consiglio superiore, il supremo organo consultivo del ministro. A Dalai, che ha insegnato storia dellarte moderna e museologia a Milano, poi a Napoli e Genova e infine a Roma (dove ha diretto a lungo la scuola di specializzazione in storia dellarte più antica dItalia) e che oggi presiede lAssociazione Bianchi Bandinelli, chiediamo un parere sulla proposta di riforma di Bondi, la sesta in dieci anni senza contare quelle parziali. Tra le ragioni del provvedimento cè la riduzione dei dirigenti, secondo quanto indicato dalla ben nota legge 133 (quella da cui deriva anche la famigerata riforma Gelmini) che prevede «il ridimensionamento» e «la concentrazione delle funzioni istituzionali». Il Consiglio superiore dei beni culturali ha approvato la riforma Bondi con otto voti favorevoli e tre contrari, tra cui il suo. Quali sono gli elementi più preoccupanti della proposta, che oltre a tagliare e cucire il ministero, reintroduce concetti superati, come quello di «belle arti»? Sopprimere e unificare significa depotenziare, tanto per cominciare continua a preoccuparci labolizione della Parc (la direzione per il paesaggio, larchitettura e larte contemporanea), una coraggiosa innovazione introdotta solo sette anni fa. É previsto infatti che le sue funzioni vengano trasferite alla futura direzione «Belle arti e paesaggio»: unespressione ottocentesca che mal si attaglia alle attuali responsabilità di salvaguardia della maggior parte del patrimonio, escluso quello archeologico, che questo mastodontico ufficio dovrà svolgere. Ma ci preoccupa ancora di più la prevista istituzione della direzione per la valorizzazione del patrimonio culturale, soprattutto se sarà affidata a una figura esterna senza le necessarie competenze, che potrebbe essere abbagliata dal modo in cui pochi grandi musei di altri paesi attirano i visitatori. Voglio raccontarvi una storia. Tanti anni fa, era il 1970, mi sono trovata ad attraversare gran parte della penisola seduta in pulmann accanto a Rudolph Wittkower, Il grande storico dellarte tedesco, che allora viveva negli Stati Uniti, era in Italia per il convegno su Bramante. Da Milano dovevamo raggiungere le altre sedi: Urbino, Loreto. Wittkower, che guardava affascinato lo scorrere del nostro straordinario paesaggio culturale (allora meno aggredito di adesso), a un certo punto mi disse: se fossimo negli Stati Uniti dal finestrino non vedremmo che distributori di benzina! Ecco, la questione è tutta qui. Il nostro è un patrimonio diffuso e lo stato ha il dovere di tutelare tutto, non deve e non può concentrare le sue risorse soltanto sui musei, allontanandole dal territorio. Lepisodio mette infatti a fuoco proprio il problema del rapporto tra museo e territorio, tra opere e contesto. Forse non se nè parlato abbastanza negli scorsi anni? Ma come, le nostre forze intellettuali migliori non hanno fatto altro che esplorare e raccontare i contesti. Penso alle ricerche storico artistiche fiorite negli anni Settanta che proprio il territorio hanno messo al centro dellindagine. I nostri musei sono straordinari proprio perchè riflettono il territorio, come ripetiamo da trentanni anni. Non si può dire che la cultura non abbia fatto il suo dovere. oggi il museo sta andando verso una nuova identità. Sta definendosi un nuovo modello molto interessante: quello del piccolo museo territoriale, espressione pienissima della storia culturale locale, pensato per la gente del posto e molto amato e difeso. La nuova direzione si occuperà anche della promozione dei musei locali? Non sono questi i musei a cui stanno pensando come a possibili risorse da sfruttare, anche se proprio questi piccoli musei potrebbero essere motori di crescente sviluppo locale. Questi signori intendono la valorizzazione in termini puramente economici. Il problema è che nello scorso decennio si è perseguita - da destra e da sinistra - la separazione di valorizzazione, gestione e tutela. Azioni collegate, tutte necessarie alla corretta conservazione dei patrimonio. Lei si riferisce alla riforma del titolo V della Costituzione, che assegna alle regioni la valorizzazione? Bisognerebbe tentare unanalisi politica di quello che è successo nel campo dei beni culturali lungo tutto il decennio passato, avendo il coraggio di riconoscere che la prima incrinatura nellinossidabile struttura gerarchica e territoriale del ministero si è avuta con lintroduzione delle soprintendenze regionali, prevista dalla riforma del 1998, che si è mossa in direzione di un forte decentramento amministrativo della tutela, probabilmente sotto limpulso della spinta devoluzionista della Lega, che venne recepita positivamente a sinistra. Questo anticipa di poco la riforma del titolo V e il conseguente Atto di indirizzo dei musei, che segna il punto più avanzato di una volontà di creare strumenti tecnici e amministrativi per il decentramento. Ma il processo di decentramento non è si è concluso perchè nel 2001 è cambiato il governo e il nuovo ministro Urbani ha sterzato in senso opposto, ripotenziando il centro, dove si è creata una testa enorme che, oltre ad assorbire le già scarse risorse, confligge con le competenze attribuite alla periferia. La riforma Urbani trasforma gli uffici di coordinamento regionale in vere e proprie direzioni territoriali ma moltiplica le direzioni centrali, che sarebbero invece dovute diventare degli uffici di servizio, motto agili e efficienti nel dare linee di indirizzo condivise, lasciando le azioni concrete alle soprintendenze. Si è creato un forte appesantimento burocratico, è difficile capire chi deve fare cosa, non trova?. Urbani ha rafforzato il centro e ha voluto far da solo, ad esempio non ha mai convocato il suo organo consultivo, il Consiglio superiore, che inizialmente, quando il ministero venne istituito nel 1975, era un piccolo parlamento molto rappresentativo dellintera società e delle sue istituzioni per la cultura. Ricordo limportanza che ebbe al tempo del terremoto del Friuli: il duomo di Venzone non lavremmo rimesso in piedi con criteri rigorosi senza il Consiglio. Era un organo che aveva peso, voce in capitolo, prima di essere drasticamente ridotto dalla riforma del 1998. Anche i comitati tecnico scientifici, che ne facevano parte, sono stati modificati: prima erano formati, per ciascuna disciplina, da persone elette nella massima autonomia. Due professori votati dalla comunità universitaria (e sono orgogliosa di essere ancora una di loro), due rappresentanti del ministero regolarmente eletti e un rappresentante delle regioni. Nel 2007 Rutelli, prima di affrontare la riforma del ministero perla terza volta, ha cambiato la struttura di Comitati e Consiglio, trasformandoli da organi consultivi ed elettivi in organi politici. Ora il Consiglio superiore è formato prevalentemente da esperti indicati dal ministro. Abbiamo fatto il possibile per convincere Rutelli a ritornare sui suoi passi ma è stato inflessibile, non ha voluto guardare lontano. Ci ha risposto di avere raccolto tra i Suoi esperti il fior fiore della cultura italiana. Ma il suo ministero ha avuto vita breve e il Consiglio superiore resta in carica solo tre anni. presidente della associazione Bianchi Bandinelli, promotrice di un appello che ha raccolto 7000 firme, e a capo di una sorta di Corte di cassazione per i problemi più spinosi di fronte ai quali si trovano le soprintendenze APPELLI In gioco non cè soltanto la nomina di supemanaer E' stato presentato martedì 9 dicembre allAccademia di S. Luca di Roma lappello «Per la salvaguardia dei musei e dei beni archeologici e artistici in Italia» (diffuso on-line dallAssociazione Bianchi Bandinelli e pubblicato dal Manifesto il 21 novembre). Nato dallo sdegno e dalla preoccupazione di un gruppo di storici dellarte davanti allistituzione della figura del supermanager, dietro la quale si delinea un fosco progetto di messa a reddito del patrimonio culturale, lappello ha raggiunto, in poco più di due settimane, lo stupefacente risultato di 7000 adesione (tra le quali autorevolissimi studiosi e i direttori dei principali musei dei mondo ma anche moltissime persone interessate al destino e alla tutela dei beni comuni). Il risultato ha superato le previsioni più rosee: chi ha firmato ha infatti capito, ha detto Silvia Ginzburg del gruppo promotore, che in gioco non cè solo la nomina del supermanager a cui verrà improvvisamente affidata la valorizzazione del patrimonio culturale italiano bensì lo scardinamento e la soppressione di un sistema di conservazione e salvaguardia delle opere darte che funziona da più di un secolo. Una tradizione ben nota e assai rispettata allestero, come ha ricordato David Freedberg, direttore dellItalian Academy for Advanced Studies in America della Columbia University dì New York.
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