BAGDAD Dagli scatoloni spuntano microscopi avvolti nella plastica, tavoli, materiale scientifico. I restauratori italiani sono arrivati a Bagdad con tre Tir caricati sopra un cargo Yliushin. E si sono messi subito al lavoro per ridare vita all'Iraqi International Museum, che conserva i superbi tesori della Mesopotamia. Quello dell'Italia per le opere archeologiche irachene è un amore antico. «Da quarantanni ci spiega Giuseppe Proietti, direttore generale dei Beni culturali per l'archeologia collaboriamo con i colleghi iracheni nella ricerca e conservazione dei reperti». Adesso ai nostri maghi del restauro tocca il compito più ambizioso: ridare splendore a bronzi, ceramiche e bassorilievi e preparare la riapertura di quel museo che durante la guerra gettò allarme fra tutti gli appassionati di arte perché fu in parte saccheggiato e rischiò di subire danni irreparabili. Insieme con Proietti è venuto a Bagdad anche il sovrintendente di Roma Adriano La Regina, il quale ha contribuito all' acquisto delle attrezzature per il restauro. «Abbiamo destinato a questa iniziativa dice 120 mila euro incassati con il concerto di Paul McCartney al Colosseo». I lavori di recupero, pulitura, allestimento dell'impianto di illuminazione andranno avanti alcuni mesi. «Verso la fine dell'estate calcola Proietti saremo forse in grado di aprire al pubblico un pri-mo settore». E sarà un'area fantastica, composta da un porticato in cui i visitatori passeranno in mezzo alle sculture ritrovate ad Hatra, una città del Nord, dichiarata patrimonio mondiale dall'Unesco, situata lungo un'arteria percorsa in passato dai carovanieri che la consideravano sacra. Le opere recuperate ad Hatra denotano un'influenza greco-romana e rappresentano il frutto di un incontro fra culture diverse. Dal porticato sarà possibile accedere a due sale, quella isla-mica e soprattutto alla grande sala assira, con i bassorilievi di Khorsabad, giganteschi, alti tre metri e spessi una trentina di centimetri. E con questo sarà conclusa la prima parte dei lavori. In seguito ci si concentrerà sulle altre sale, fino ad aprire al pubblico l'intera area espositiva. L'intervento degli italiani non sarà limitato a Bagdad. «Abbiamo in programma racconta Proietti una ricerca accu-rata su tutti i beni archeologici iracheni, per schedarli e studiare le tecniche più idonee per preservarli. A questo scopo awieremo dei corsi di formazione in modo da preparare restauratori iracheni. Già adesso alcuni iracheni affiancano i nostri tecnici per imparare l'uso delle apparecchiature di restauro». All'inizio dell'anno scorso, prima dello scoppio della guerra, gli archeologi italiani avevano già pianificato lavori tesi a ristrutturare con attrezzature moderne il museo di Bagdad. Quando cominciarono ad echeggiare rumori di carri armati, i progetti furono rinviati e buona parte delle opere fu impacchettata e messa al sicuro nei sotterranei. Poi, nel caos della guerra, per tre giorni il museo rimase abbandonato alla mercé dei ladri. Tutto il mondo gridò allo scandalo per quella depredazione. In realtà i saccheggi non impo-verirono il museo in misura preoccupante. I sotterranei in cui erano state nascoste le opere trasportabi-li erano inaccessibili. I grandi bassorilievi della sala assira troppo pesanti. I ladri cercarono di prendersi un paio di statuine e le spezzarono. Alla fine si dovettero accontentare di centinaia di piccoli sigilli e avori di Nimrud esposti nelle vetrine. Quasi tutto però è stato recu-perato. Mancano all'appello solo una trentina di pezzi. Le tre opere più importanti tra-fugate furono la Dama di Uruk, il Vaso di Uruk e un Portastendardo in bronzo sempre proveniente da Uruk. Nelle moschee i capi religiosi lanciarono messaggi ai ladri affinchè restituissero un materiale artistico così prezioso per l'immagine della città. Gli appelli furono in parte ascoltati. Il Portastendardo e il Vaso di Uruk furono ri-consegnati spontaneamente. Il Vaso è un reperto affascinante, alto più di un metro, risale al 3.200 avanti Cristo. Tipica espressione dell'arte mesopotamica, contiene scene di operazioni rituali compiute allo scopo di favorire la fertilità della terra. Il pezzo più bello, la Dama di Uruk, richiese invece una complicata indagine per ritrovarlo. Se ne occupò un ufficiale dei carabinieri insieme con agenti della polizia di New York. Ad un certo punto l'inchiesta diede buoni risultati. Gli agenti individuarono la casa privata in cui il reperto archeologico era nascosto. Vi si fermarono davanti, segnando le esatte coordinate per individuare facilmente il luogo. Consegnarono i dati a una squadra specializzata nei cosiddetti lavori sporchi che, quella notte stessa, entrò in azione e riportò indietro l'opera d'arte. La Dama di Uruk sarà la regina del museo. E' un volto in pietra di una trentina di centimetri scolpito verso il 3.200 avanti Cristo. Modellato con una sapien-za artistica sorprendente, tale da dare quasi la sensazione del movimento delle labbra.