Direzione generale per le Belle arti e il Paesaggio: mentre si discute e ci si batte sulla riorganizzazione del ministero dei Beni culturali, torna a sorpresa una parola antica, tradizionale e per certi versi tranquillizzante: belle arti. C'era ai tempi del fascismo, c'era nella Prima Repubblica, quando di questo mondo si prendeva cura il ministero per l'Istruzione, poi era sparita, a beneficio di sigle peraltro non particolarmente sexy. La nuova (ri)nata sostituisce infatti in un ammirevole sforzo di sintesi il Parc e la Basae, che non erano parcheggi multipiano ma rispettivamente la «Direzione generale per la qualità e la tutela del paesaggio, l'architettura e l'arte contemporanee» e la «Direzione generale per i beni architettonici, storico artistici ed etno-antropologici». Come diceva il poeta Josif Brodskj, e come ha ripetuto l'ultima Fiera del Libro a Torino, forse la bellezza ci salverà. Ma, come aggiunge un noto critico d'arte qual è Philippe Daverio, resta il problema che «bellezza è un tema da Miss Italia», e ci si potrebbe benissimo sentire, nel modo stesso in cui si definisce la nuova direzione, «un certo odore di restaurazione». «Ci sento dentro - spiega - la nostalgia per un mondo che non c'è più, quello della piccola borghesia: sarà anche una tenera nostalgia, però con la modernità ha ben poco a che fare». Vengono in mente le dichiarazioni, molto oneste, del ministro Bondi, che qualche tempo fa ammise di non riuscire proprio a capire tutto un filone dell'arte contemporanea. Di non avere con essa nessuna sintonia. Ma il problema secondo Daverio è più vasto: «Neanche a Giotto si può applicare un criterio di bellezza. O vogliamo pensare ai grandi Ecce homo di Antonello da Messina? Sono belli? Sono espressivi. Il bello inespressivo non ci interessa». Eppure il bello sembra trionfare. Umberto Eco, equanimemente, ha scritto una Storia della bellezza e una Storia della bruttezza. Dopo essere stato un concetto al bando, a partire dagli ultimi Anni 80 si è sempre più fatto strada, è stato fatto proprio dalla cultura cattolica, è entrato nella politica, per esempio in uno slogan di Veltroni che qualche anno fa parlava appunto di «bella politica». Sembra un passepartout. Quando Stefano Zecchi scrisse per Bollati Boringhieri un saggio che si intitolava semplicemente La bellezza (1990) fu guardato con molto sospetto. Ora non accadrebbe più. Il poeta Giuseppe Conte, che proprio vent'anni fa fu tra gli ispiratori di un movimento letterario molto attento all'idea di bellezza, addita ora il pericolo di «una bellezza intesa come richiamo all'ordine, mentre è sempre innovazione, creazione», e aggiunge: «l'idea del bello è la spina dorsale della nostra cultura. Quando l'Italia ha avuto un ruolo nel mondo, è sempre stato perché i suoi artisti e i suoi artigiani si dedicavano al culto e alla pratica della bellezza. Non parlo certo della moda, ma di Lorenzo de' Medici, di Foscolo o di D'Annunzio». Martedì prossimo, alla Palazzina Liberty di Milano, poeti, musicisti, critici si riuniscono per un evento, dal pomeriggio a notte fonda, che ha per titolo Avventure della bellezza, a cura di Tomaso Kemeny. Vittorio Sgarbi ha lanciato il «Partito della Bellezza», mentre Vittorio Emiliani lavora ormai da anni sui temi del paesaggio con il suo «Comitato per la bellezza». Il ritorno della «belle arti» sembrerebbe molto in consonanza coi tempi. Non per Conte: «La definizione ha un sapore rétro», dice. E neppure per Emiliani: «Fa piacere che si parli di bellezza, ma non in questi termini, troppo vaghi. Al ministero hanno fatto un minestrone dove sta dentro di tutto, mentre bisogna ribadire che la bellezza è importate per le persone. Ho ammirato molto Fiorenza Trioni, sindaco Pd di Mantova, che ha avuto il coraggio di cancellare una lottizzazione a specchio dei laghi per tutelare la bellezza della città storica come valore sociale». Più possibilista Daverio: «Sì, in certi campi può anche andar bene: per esempio nei confronti della brutta urbanistica. Qui magari un'idea di belle arti potrebbe ovviare a nuovi disastri. Per il resto, nessuno di noi trova bello un deretano cellulitico in un quadro di Rubens». È un problema di gusto, magari storico. Ma è proprio quello che impensierisce Achille Bonito Oliva. L'inventore della Transavanguardia ha appena pubblicato una sorta di autobiografia critica in dialogo con gli artisti (vent'anni d'incontri in Dettagli d'artista, edito da Skira). Un bilancio. «La bellezza - spiega - è stata a lungo un aggettivo, che accompagnava il termine "arte", e designava un'arte codificata. Come accade appunto nell'Accademia di Belle arti. Poi l'avanguardia ha dato una spallata a tutto ciò». Per entrare anch'essa al museo. «È dilagata nella pubblicità, è stata accettata, è divenuta materia d'insegnamento». Tutto bene, allora? «Niente affatto. La bellezza "frullata" dai mass media e dalla tecnologia è diventato una nozione cosmetica. Un bello pellicolare, bidi-mensionale, accettabile, che buca l'immaginario collettivo anche attraverso la moda». Così, quando il contemporaneo entra sotto l'ombrello delle «belle arti», «si capisce che solo ciò che è accertato può stare nell'ambito istituzionale». Basterebbe parlare di arti, senza aggettivi. Invece proprio quel «recupero nostalgico» del «bello» rischia di essere il lapsus rivelatore. «Non un'astuzia consapevole. Un semplice lapsus. Che però rivela il gusto di una classe dirigente e rischia di divenire un gusto di Stato». La bellezza salverà il mondo, diceva Brodskij citando Dostoevskij. Ma potrebbe anche distruggerlo, scriveva il grande romanziere russo nell'Idiota.