Lultima tappa verso Roma, dove si risuolavano le scarpe Sutri ridente e urbana, Sutri spirito verde e antico. Porta del viterbese per chi viene da Roma, porta di Roma per chi viene dal nord. Con una posizione strategica unica che ne ha fatto per secoli un crocevia di paesaggi, epoche e memorie, prima della decadenza iniziata con un incendio e proseguita con il passaggio dei Lanzichenecchi. Oggi sta succedendo quello che già era successo molti secoli fa: Sutri è occupata dai romani che, come sempre, appena possono cercano di espandersi. Perché una cosa è certa: la Tuscia, la bella addormentata, quieta e intatta, si sta svegliando al bacio (pericoloso?) dellaeroporto e dellautostrada Viterbo-Civitavecchia. Una terra incontaminata, unica nel suo genere, così incredibilmente varia e ricca, distesa tra colli e boschi, grotte e anfratti, vigneti e castagneti, verdi valli e canyon misteriosi, vulcani estinti e crateri diventati laghi, terme naturali in ebollizione e il mare non troppo lontano. Qui non ci sono casali come in Toscana, ma ci sono le grotte scavate nel tufo che diventano case e i borghi che tornano a nuova vita, dopo il catastrofico abbandono che in tutta Italia si è perpetrato a favore di nuove e dozzinali costruzioni che hanno formato laltro paese, quello che doveva essere nuovo e bello agli occhi degli abitanti, che invece si sono "impoveriti". Oggi lantica civitas sutrina sta rinascendo. Le agenzie immobiliari, numerose, lavorano a ritmo continuo. Non che non ci sia una periferia, magari residenziale, ma è nascosta nel vasto territorio sutrino, tra i tanti colli. E il clima è "saluberrimo", già scriveva Francesco Petrarca, di passaggio per Sutri. Francesca, una romana che da qualche anno fa parte di questa rispettosa truppa dassalto, si appassiona nel raccontarmi la qualità della vita a Sutri, la speciale armonia che corre per i vicoli del paese e lega uomini e paesaggio, dove non a caso la musica è il naturale cimento di ragazzi che, mentre fanno i fornai e i camerieri, suonano magnificamente (nel locale "Beethoven Festival" e altrove nel mondo), e dove ancora esiste, a differenza della caotica Roma, una comunità di appartenenza e scambio. E che si esprime nelle feste molto sentite, dallinfiorata al Palio quando, per S. Antonio, il santo che qui salvò gli animali, centinaia di cavalli corrono per il paese. Stiamo sedute al bar, si respira nellampia piazza rettangolare da poco rifatta, di evidente disegno romano, quello che, sul pianoro del colle, doveva essere il foro e ora è certamente il salotto di Sutri. Nel cielo azzurro garriscono le rondini. Al centro una fontana con i delfini in travertino. Stupisce che sia in travertino romano e non nel peperino locale, come anche larco con lorologio e qualche reperto nellatrio del Comune. Intanto Francesca mi mostra "Il Lavatoio", il giornaletto che realizza con amici appassionati del borgo. Così mi porta, scendendo per un vicolo, uno dei tanti che si dipartono dalla strada centrale che attraversa per lungo il paese, al bellissimo Lavatoio, umile manufatto appena restaurato, splendido nella pulizia del tufo, senza le coperture di un tempo che ostacolavano la vista della vallata verde. Cammino per il paese che è fatto a pettine, a volte i vicoli ortogonali alla via centrale, secondo il decumano romano, si fanno curvilinei, quasi che larchitettura medievale del paese si fosse ingegnata per sottrarre gli abitanti ai pericoli, una freccia o un assalto di briganti. Il cuore si rallegra nel vedere un paese del viterbese tanto curato, con le case povere dun tempo, non più selvatiche, ma ingentilite dai fiori e da una più consapevole civiltà. Mi affaccio in un panificio. La signora mi dice che è romana ma ha sposato un sutrino. «Il sutrino è cordiale», fa notare. E passato il tempo dei rissosi campanilismi, quando una brusca filastrocca vetrallese in dialetto diceva: «Sutri è antico non ce lo fa un amico e se ce lo farai te ne pentirai». Non posso vedere il Duomo chiuso per ristrutturazione e neanche la statua della patrona, la misteriosa S. Dolcissima. Scendo fino alla Porta Vecchia o Franceta, con il torrione medievale e lo stemma di Saturno, fondatore di Sutri, dove per la prima volta in Italia pare sia stato gettato il seme del grano. Era la porta attraversata dai franchi, i pellegrini che scendendo da lontane terre, ben prima dellunità europea, avevano messo in collegamento il nord e il sud. Sutri nelletà dei pellegrinaggi era lultima tappa prima del fatidico arrivo a Roma, il luogo dove rifocillarsi, curarsi, farsi risuolare le scarpe o comprarle nuove. Lars sutrina è quella del calzolaio, e sutrinus è proprio il calzolaio. Tanti gli ospedali, gli ospizi e le chiese nel tempo del suo maggiore splendore. Sutri, donata da Liutprando al papa, nel 728, fu daltronde il primo nucleo del Patrimonio di S. Pietro. Uscendo dalla porta mi trovo direttamente sulla Francigena-Cassia, la via selciata di fondovalle, che separava il borgo maggiore e il borgo minore, diventato ora "Parco archeologico", splendida testimonianza in sequenza di quanto sia "antichissima" la città di Sutri, anche per chi soltanto passa in auto. Grotte scavate nel morbido tufo, speroni e rupi su cui crescono le secolari rigogliose querce si susseguono sulla curva a gomito della Cassia. Tombe etrusche e colombari, poi ricoveri per animali e depositi di attrezzi agricoli tra valli e fossi. Un anfiteatro romano circolare scavato nel tufo probabilmente dagli stessi etruschi, con il prato verde. Un luogo di culto etrusco diventato prima Mitreo e poi dedicato alla Madonna del Parto, con incredibili e colorati affreschi di pellegrini, con il mantello, il cappello a tese larghe e il bordone, che si dirigono verso il santuario di S. Michele Arcangelo sul Monte Gargano, in Puglia, sempre lungo la Francigena. Al cancello della settecentesca villa Savorelli-Staderini mi accoglie Duccio Staderini, che mi racconta di come il padre Tito, incontrando, appena finita la guerra, Savorelli la cui villa era stata rovinata dai tedeschi in fuga, avesse deciso di acquistarla e riportarla allo stato originario, salvandola così dal degrado. Mi mostra nel giardino allitaliana il bosco sacro e si ricorda di quando venivano gli amici del padre, e facevano il bagno nudi al vicino lago di Vico. Tra questi Giorgio de Chirico, che aveva suggerito di dipingere la facciata della villa di rosa, ma di un rosa mischiato alla cacca di cavallo. Ora la villa è stata espropriata, è villa comunale, e Duccio si è ritirato nella casa a fianco, sempre ampia e bella nella sua semplicità, che era dei contadini. Pare che sia stata anche la casa di Orlando, futuro paladino di Francia e protagonista di tanti poemi cavallereschi, venuto bambino a Sutri, con la madre Berta, sorella di Carlo Magno, insieme alle tante leggende che correvano per il bel fiume della Francigena, ed erano di casa, in Francia come in Toscana e nellAlto Lazio, nei poemi cavallereschi e, più tardi, nei cantari in ottave che da queste parti ancora si improvvisano. Pellegrini e mercanti, papi e re, barbari e poeti, capitani di ventura ed eserciti (per ultimo la X Armata del generale Kessinger) sono passati per quella via. Ma anche idee, nomi e fantasie. Così Galvano, cavaliere della Tavola Rotonda, è ricordato forse da quel Galgano che scaglia frecce mentre appare lArcangelo combattente, come è dipinto nella chiesa rupestre. Perché Sutri è sempre stato un borgo vicino al movimento, vicino a chi cammina e viaggia (si rivedono allalba di questo secolo i pellegrini) e a chi abita la terra, a tutti coloro per cui la vita è incarnata in colli e boschi e ondulate pianure e riescono ad udire con gli occhi.