giovedì 04 dicembre 2008 Napoli si prepara a ricevere, dal 9 al 12 dicembre 2008, gli ispettori dell'Unesco con a capo Mechild Rossler, responsabile Unesco dei siti europei. La visita non è certo di cortesia; infatti il World Heritage Center ha raccolto e recepito le molte denunce dei comitati cittadini, corredate sia da rapporti scritti che da immagini fotografiche, e ha deciso di inviare nella città partenopea il suo entourage di esperti, al fine di comprendere quale sia la situazione del centro storico di Napoli, patrimonio dell'umanità dal 1995. La visita sarà poi il punto di partenza per il dibattito che avverrà nel giugno 2009 a Siviglia, dove si terrà la riunione del Comitato degli Stati Membri della Convenzione del Patrimonio. In tale sede si potrebbe decidere, in termini tutti negativi, il futuro del patrimonio monumentale di Napoli, con l'applicazione di pensanti provvedimenti: primo fra tutti la revoca dei fondi che periodicamente vengono concessi per il risanamento del patrimonio storico. Una delle missioni principali dell'UNESCO consiste nell'identificazione, nella protezione, nella tutela e nella trasmissione alle generazioni future dei patrimoni culturali e naturali di tutto il mondo. Sulla base di un trattato internazionale conosciuto come Convenzione sulla Protezione del Patrimonio Mondiale, culturale e naturale, adottato nel 1972, l'Unesco ha finora riconosciuto un totale di 878 siti (679 beni culturali, 174 naturali e 25 misti), presenti in 145 Paesi del mondo. In Italia i siti "Patrimonio dell'Umanità" censiti dall'organizzazione internazionale, nata dalla spinta delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura, sono ben 41, più di qualsiasi altra nazione del globo. Quindi il Belpaese detiene questo speciale record di cultura, che rappresenta -per dirla alla Gianni De Michelis- il petrolio d'Italia, ma a volte, come accade nel caso di Napoli, tale patrimonio non viene sfruttato appieno. L'ingresso di un Bene Culturale o di un patrimonio storico-artistico più vasto, quale può essere un centro storico di una città o un sito archeologico, rappresenta per il comune e la regione in questione un prestigioso traguardo. Naturalmente accanto al conseguimento di questo specifico ed influente obiettivo, accanto agli onori, alla dignità ed al decoro acquisito, mediante i quali il Bene in questione aumenta di valenza, si affacciano una serie di responsabilità ed obblighi, che aumentano in maniera esponenziale. Tanto più il Bene Culturale in questione cresce d'importanza mondiale sino al raggiungimento del riconoscimento di Bene Patrimonio dell'Umanità, tanto più la sua tutela, la sua conservazione e salvaguardia dovranno essere curati in maniera accorta ed in un processo operativo di gestione capace d'inglobare, oltre al settore del Bene Culturale, anche altri settori statali. Appare chiaro che un Bene come ad esempio il Colosseo, l'Arena di Verona o il sito archeologico di Pompei siano nell'immaginario collettivo Patrimonio Mondiale per l'eternità. Concettualmente è giusto, ma spesso accade che questo Bene possa perdere la parte della materia da noi tangibile, l'entità fisica nel senso proprio del termine, che è portatrice di questa valenza culturale. Com'è possibile? Grazie a due fattori consequenziali: la perdita della memoria storica, che porta all'incuria ed all'abbandono da parte dell'uomo, ed il consequenziale degrado della materia, che altro non rappresenta che la vittoria della leggi della chimica sull'operato dell'uomo. Naturalmente i termini possono apparire paradossali ed è difficile che ciò possa accadere in maniera così estrema. Nonostante ciò la suddetta Convenzione sulla Protezione del Patrimonio Mondiale, culturale e naturale, già nel lontano 1972, si rendeva conto che "il patrimonio culturale e il patrimonio naturale sono minacciati di distruzione non soltanto dalle cause tradizionali di degradazione, ma anche dall'evoluzione della vita sociale ed economica che l'aggrava con fenomeni d'alterazione o distruzione ancora più temibili. Che la degradazione o la sparizione di un bene del patrimonio culturale e naturale è un impoverimento nefasto del patrimonio di tutti i popoli del mondo. Che la protezione di questo patrimonio su scala nazionale rimane spesso incompleta per l'ampiezza dei mezzi necessari a tal fine e per l'insufficienza delle risorse economiche, scientifiche e tecniche del paese sul cui territorio il bene da tutelare si trova". Seguendo queste presupposti nel 1995, dopo l'approvazione della proposta inviata nel settembre 1994, sviluppata dall'architetto Ugo Carughi, l'organizzazione mondiale si pronunciava all'unanimità per l'inserimento del centro storico di Napoli nella Lista del Patrimonio Mondiale dell'Umanità. Napoli si aggiungeva così al centro storico di Roma incluso nel 1980, al Centro storico di Firenze incluso 1982, a Venezia ed alla sua Laguna inclusa nel 1987, al Centro Storico di San Gimignano incluso nel 1990 ed al Centro storico di Siena e Ferrara. Quali sono le condizioni per questo status d'elite? Molto semplice: la città, che aspira all'inserimento nella lista del famoso organismo internazionale per ottenerne i fondi, deve esibire un patrimonio storico da risanare e naturalmente risanarlo attraverso interventi di conservazione e restauro, svolti nell'arco di più anni e programmati in un Piano di Gestione di riferimento. A differenza delle altre città italiane che, bene o male, hanno saputo sfruttare tale opportunità finanziaria, Napoli ed il nucleo antico della città, circa 700 ettari cresciuti in un arco di 2.000 anni di storia, risultano per la maggior parte in condizioni di degrado o di conservazione precaria. Da qui l'interessamento negativo dell'Unesco, che reclama dal Comune il famigerato Piano di Gestione, ossia il quadro degli interventi ed i costi previsti, ma la redazione di tale piano programmatico manca e tale omissione rischia di far bloccare i finanziamenti previsti per la città. Ci sono però pronti i fondi del Grande progetto Centro Storico di Napoli previsti dai programmi regionali? In realtà anche i Fondi Europei di Sviluppo Regionale 2007-2013 (F.E.S.R.) provenienti da Bruxelles sono a rischio, in quanto l'approvazione del piano, sottoscritto con un protocollo nel settembre 2007 dal Comune di Napoli, dalla Regione Campania e dell'Arcidiocesi, risulta conseguente al responso che gli ispettori Unesco faranno nella sede europea, in seguito alla visita - tutt'altro che di cortesia- al centro storico di Napoli.