Intervista con Franco Ricca, direttore del Museo darte orientale, lo scienziato che a Kyoto scoprì lAsia Poteva accadere, ed è accaduto, che nella Torino che usciva povera e ferita dalla seconda guerra mondiale un operaio comunista e la moglie sartina in casa propria decidessero di far studiare i propri due figli fino alla laurea. Poteva accadere che entrambi si laureassero in chimica, e che per uno dei due, dopo molti anni di studi scientifici e di docenza, un casuale viaggio a Kyoto spalancasse nuovi orizzonti e nuovi studi. La storia è quella di Franco Ricca, felice direttore - a ottantanni da poco compiuti - del nuovo Museo di Arti Orientali di Torino. È dal 1970, da quel viaggio casuale, che Ricca studia larte e la cultura orientale - una laurea in sanscrito con Oscar Botto, poi una lunga serie di viaggi e di pubblicazioni che ne hanno fatto un esperto riconosciuto in tutto il mondo - e lavora verso un obiettivo, il museo appunto, con silenziosa tenacia. Ora il museo cè, e contiene una scommessa culturale ben più ambiziosa della bellezza dellallestimento: offrire al pubblico almeno i rudimenti di culture diventate così importanti nel panorama mondiale, gettare un ponte verso chi da quei paesi è venuto in Italia e in Europa. Come molti uomini della sua generazione, il neodirettore (che dal 2004 ricopre ufficialmente lincarico e ha lavorato per integrare le collezioni darte che già esistevano a Torino) non ama parlare di sé. Utilizza laggettivo «abominevole», senza alcuna ironia, per gli usi e i costumi che non gli piacciono (e sono molti) e confessa la sua preoccupazione per una stagione politica che lo ha spinto a rinunciare, o quasi, allidea di una nuova idea di società in favore di un più concreto «fare». Ricca, ci sono voluti oltre trentanni per arrivare al Museo. Come è iniziato questo impegno? «Vedere i templi di Kyoto e restarne affascinato mi convinse che, davvero, larte è un efficace strumento di comunicazione se riesce a far intuire qualcosa anche a chi come me in quel momento ignorava tutto, dalla lingua agli stili alle categorie estetiche. Compresi che il buddismo è un filo interpretativo che percorre tutta lAsia, dal Giappone allAfghanistan, e, tornato a Torino, cercai di colmare le mie lacune studiando. Botto mi assegnò una tesi di laurea sulle divinità terrifiche del Tibet che mi mostrò linteresse filosofico di quella regione». Che poi è diventata molto di moda? «Ma con un approccio assolutamente lontano dal vero. Il buddismo implica un totale superamento dellimpianto giudaico cristiano, in questo senso è del tutto inconciliabile con la cultura occidentale. La relatività del tempo, ad esempio, rende ridicole per il buddismo idee come la creazione o il giudizio finale. Quando vedo certe signore precipitarsi ad ascoltare il Dalai Lama mi verrebbe da suggerire loro di pregare San Rocco, che è altrettanto efficiente dal loro punto di vista». Lei è stato per gran parte della sua vita uno scienziato, e un dirigente politico. Ora queste due cose sembrano lontane? «Non ho mai abbracciato la politica come carriera proprio perché avevo il mito della scienza, provavo un grande ottimismo. Non lo rinnego, ma non mi appartiene più. Quanto alla politica, ho aderito a tutti i tentativi di salvare le cose migliori del passato allinterno di qualcosa di nuovo. Ma ultimamente preferisco fare, non progettare, e il lavoro per il Museo va in questa direzione». Che cosa ha reso possibile realizzare il nuovo museo, in unepoca di tagli alla cultura e di scarsa possibilità di progettare? «È una storia lunga. Tra i primi a crederci, promuovendo la realizzazione di tre mostre che sono state un po la prima tappa, ci fu il presidente della Regione Aldo Viglione. La sua morte improvvisa però rallentò le cose. Poi, il Museo apparve ufficialmente nel programma elettorale del secondo Chiamparino, e Fiorenzo Alfieri ha sempre appoggiato lidea. Quanto a me, nel 1996 ho lasciato la cattedra a Chimica con sei anni di anticipo sulla pensione. Volevo dedicarmi al Museo, e non mi piaceva ciò che lUniversità stava diventando dal 68 in avanti. Sono stato comunista, mai libertario, credo nella disciplina e tuttora penso che sarebbe bene puntare sulleccellenza di alcuni atenei». Il progetto del Mao è stato appoggiato da tutti. Siete stati bravi o fortunati? «La nascita della Fondazione musei ci ha aiutati, ma cè stata anche una serie di circostanze concomitanti. Tra queste, la volontà di sostenere la Fondazione Agnelli, che nel 2002 risentiva della crisi Fiat, acquistando una parte importante della sua collezione darte cinese. E ora ci arriverà anche laltra metà, che è stata poi rilevata dalla Compagnia di San Paolo. Abbiamo dato spazio a ciò che cera, come i reperti del Centro Scavi di Torino, e acquistato ciò che mancava. Fino a poche settimane fa, abbiamo lavorato in pochissimi, prima due, poi quattro, poi sei? Ora il Museo cè, e da patetico innamorato di Torino quale mi sento provo una grande soddisfazione per questa risorsa nuova della città».
TORINO - "Passione e tenacia, la mia lunga marcia verso il Mao"
Franco Ricca, direttore del Museo darte orientale di Torino, racconta la sua storia. È nato in Torino e ha studiato chimica, laureandosi con un amico. Dopo la seconda guerra mondiale, la sua famiglia ha deciso di far studiare i figli fino alla laurea. Uno dei figli, Franco, è diventato un scienziato e ha fatto un viaggio a Kyoto che lo ha convinto a studiare larte e la cultura orientale. Ricca ha lavorato per 30 anni per realizzare il Museo, con l'aiuto di alcuni politici e fondazioni. Ha superato molti ostacoli, tra cui la crisi economica e la mancanza di fondi. Oggi, il Museo è finalmente aperto e contiene una collezione di arte orientale.
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